di
Georges Devereux
(prima parte)
*Conferenza
alla Società psicoanalitica di Parigi, 17 novembre
1964. Pubblicato originariamente nella Revue française
de psychanalyse, Tome XXXI, 1, 101-142, 1967. Manoscritto
consegnato alla redazione di Rfp il 16 febbraio 1965. Un
sincero ringraziamento rivolgiamo ai Colleghi della redazione
francese per aver concesso lautorizzazione a pubblicare
questo importante saggio ne i Fogli di Oriss. In ragione
della sua lunghezza abbiamo deciso di articolare questa
prima edizione italiana in due parti, la seconda delle quali
comparirà sul prossimo numero. Traduzione e redazione
a cura di Salvatore Inglese.
Questo
articolo è stato pubblicato nella rivista
i Fogli di ORISS, 2000, 13/14, pp 185-208; la seconda
parte ne i Fogli di ORISS, 2001, 15/16, 163-186
Loggetto di questo studio è la fantasia che
possedere unidentità sia unautentica
arroganza capace, automaticamente, di incitare gli altri
ad annientare non solo questa identità ma anche lesistenza
stessa del presuntuoso per mezzo, in genere, di un atto
di cannibalismo che trasforma il soggetto in oggetto. I
pazienti più gravi cercano di proteggersi da questo
rischio rinunciando ad ogni vera identità; quelli
meno afflitti si costruiscono una falsa identità.
Queste due manovre rappresentano lessenza stessa del
disordine psichico e costituiscono, nella situazione psicoanalitica,
la base di ogni resistenza poiché lo scopo delle
resistenze è precisamente quello di impedire la scoperta
della vera identità del paziente. Se fosse diversamente,
lanalisi delle resistenze non avrebbe alcuna utilità
terapeutica. Ciò implica che la distinzione talvolta
operata tra lanalisi del contenuto (content-analysis)
e lanalisi delle resistenze (Kaiser, 1934) è
illusoria: ogni analisi di una resistenza è, al tempo
stesso, unanalisi sia dellinconscio (contenuto)
che del carattere.
Esaminando i fatti in questo modo, stabiliamo una perfetta
unità tra malattia e resistenza. Consideriamo allora
la resistenza non come un prodotto inevitabile e tuttavia
fortuito della situazione psicoanalitica, ma come la manifestazione
suprema della nevrosi o della psicosi, ben più autentica
dei sintomi da cui il paziente ci chiede di guarirlo. Anche
questa posizione centrale della resistenza nella psiche
del paziente permette di spiegare perché lanalisi
è capace di guarire: in analisi pure i vecchi sintomi
del paziente acquistano qualità di resistenze e funzionano
come tali. Ciò giustifica, a mio avviso, lanalisi
congiunta dei sintomi e dei comportamenti in quanto resistenze
allanalisi. Inoltre, quando i sintomi e i comportamenti
acquistano, durante lanalisi, qualità di resistenze
è solo analizzando questi sintomi, divenuti resistenze,
che ci avviciniamo effettivamente allessenza stessa
della nevrosi, poiché ogni sintomo è una resistenza
sia contro lacquisizione (e lattribuzione) di
unidentità sia contro la scoperta dellidentità
reale del paziente - identità che non vuole conoscere
lui stesso, né permetterne il riconoscimento da parte
degli altri. È così semplicemente perché
tutte le nevrosi e le psicosi rappresentano sia una rinuncia
a ogni identità reale sia un travestimento della
vera identità del paziente.
Lottica di questo studio è rigorosamente operazionale
ed esclude qualunque considerazione dordine metafisico
e ontologico. Avendo espresso altrove le mie inquietudini
sugli sconfinamenti della metafisica nel dominio della psicoanalisi
(Devereux, 1966), mi sembra inutile ritornarci sopra in
questo studio.
La documentazione del mio studio è fornita tanto
dalla clinica che dalle varie scienze del comportamento
(behavioral sciences). Tengo soltanto a precisare che, al
posto di far ricorso ai dati delletnologia o della
mitologia per dimostrare, ancora una volta, la possibilità
applicativa della psicoanalisi alle scienze sociali, seguo
un procedimento inverso: spero di ricavare dalle scienze
del comportamento lezioni e teoremi applicabili alla clinica
psicoanalitica.
La definizione dei concetti fondamentali sarà formulata
in modo puramente operazionale:
1) Esistenza: loperazione fondamentale e il suo risultato
possono essere enunciati secondo la dichiarazione seguente:
vedo qualcosa - essendo sottinteso: la
cui identità mi è sconosciuta.
2) Identità: loperazione fondamentale e il
suo risultato possono essere enunciati secondo la dichiarazione:
vedo Jean Dupont.
3) Individualità: questo termine denota lidentità
in azione, la manifestazione dellidentità attraverso
un comportamento caratteristico, nel senso lato di questa
parola: vedo che è Jean Dupont da come cammina,
in quanto è vestito in modo stravagante, ecc..
Ogni individualità presuppone unidentità
e ambedue presuppongono unesistenza. Lidentità
è il prodotto di un processo di differenziazione.
Dal punto di vista operazionale questa differenziazione
si effettua per moltiplicazione delle dichiarazioni predicative
(nel senso logico del termine) concernenti un oggetto esistente
e per la loro particolare giustapposizione. Linsieme
di queste precisazioni stabilisce una serie di misure,
ripartite su un sistema di coordinate, la cui totalità
costituisce uno spazio multidimensionale. Queste
coordinate possono essere sia omogenee sia eterogenee. Se
scrivo su una scheda antropometrica (che è un sistema
o spazio omogeneo) lannotazione: È
un uomo triste, trasformo questo spazio omogeneo in
uno spazio eterogeneo. In generale, lidentità
è costituita da elementi eterogenei. Tali elementi
non appartengono mai esclusivamente a un solo individuo:
parecchi individui pesano esattamente 58 chilogrammi, molti
altri sono avvocati, ecc. Solo la ricomposizione e la giustapposizione
assolutamente unica di una grande serie di queste dimensioni
costituiscono unidentità; ciò implica
che lidentità e lindividualità
sono delle strutture, nel senso strutturale di questa parola.
Vedremo in seguito che lidentità e lindividualità
sono, anche in senso storico-genetico, delle costruzioni
e, più in particolare, costruzioni risultanti da
un autentico bricolage, nel senso attribuito
a questa parola da Lévi-Strauss (1962).
4) Dizionario: per adeguarmi alluso corrente impiegherò
quasi sempre il termine identità per
parlare contemporaneamente dellidentità, nel
senso specifico della parola, nonché della sua manifestazione
funzionale: lindividualità. Impiegherò
questultimo termine solo quando vorrò precisare
che esso riguarda esclusivamente laspetto funzionale
dellidentità.
I problemi didentità come nucleo della psicopatologia
Si dice
spesso che allinizio della sua carriera Freud vedeva
soprattutto nevrosi sintomatiche; che negli anni 30
e 40 si osservavano soprattutto nevrosi di carattere;
che oggi si incontrano soprattutto nevrosi didentità.
Questa mutazione della nostra clientela è stata spiegata
da uno psicoanalista attraverso considerazioni di ordine
sociologico (Lowenfeld, 1944). Altri pretendono, al contrario,
che questa mutazione è illusoria e tentano di provare
che i pazienti isterici di Freud erano, in realtà,
schizofrenici con disturbi didentità.
Queste due spiegazioni sono, allo stesso modo, ugualmente
vere e false. I disturbi didentità, seppure
in grado diverso, si ritrovano in tutte le manifestazioni
della psicopatologia; non sono dunque patognomoniche della
sola schizoidia in quanto entità clinica. Daltra
parte una società, sottoposta a crisi dellordine
di quelle che da 50 anni continuano a scuotere il mondo
occidentale, tende inevitabilmente a intaccare il senso
didentità del cittadino per il quale ogni nuova
crisi rappresenta una soluzione di continuità del
senso della propria individualità, della sua identità
attraverso il tempo. Questo ambiente sociale tende dunque
a intaccare la parte nucleare dello psichismo delluomo,
quel senso del suo me stesso costituito, da
un lato, dalla sua immagine del corpo e, dallaltro,
dalla sua personalità di base etnica
che tuttavia, contrariamente a quanto sostiene Kardiner
(1939; 1945), non si costituisce durante gli stadi pregenitali
e allepoca degli oggetti parziali ma durante lo stadio
edipico e allepoca degli oggetti totali,
funzionanti come mediatori dellambiente sociale e
culturale (Devereux, 1951a; Linton, 1956). In breve, i disturbi
didentità sono sempre stati, in una forma o
nellaltra, lessenza stessa dei disturbi psichici.
Ai giorni nostri questi disturbi sono messi fortemente in
evidenza dalla natura stessa della nostra società
occidentale (Devereux, 1939a, 1956a, 1965a).
Identità e differenziazione
Lidentità
è il prodotto di una differenziazione per arricchimento,
attraverso laccumulazione di tratti significativi
la cui giustapposizione e ricomposizione sistematica costituiscono
una struttura. Separandosi tanto dallambiente quanto
dalla specie ci si trasforma da ciò che Bertrand
Russell (1919) chiamerebbe un qualunque (any)
in un uno (a) e anche in un il (the).
Bisogna tuttavia notare che Freud, ad esempio, pur avendo
creato la psicoanalisi in quanto uno o il,
non perse per questo la capacità di attaccare un
chiodo come uno qualunque. Le società
differiscono enormemente nella loro capacità di impiegare
lidentità del cittadino a fini socialmente
utili. Il miracolo greco - e i suoi equivalenti
- deriva semplicemente dalla capacità di una società
di utilizzare la parte più specificamente individuale
di un cittadino. Ciò non ha niente di sorprendente
poiché J.S. Mill, nel suo saggio On Liberty, ha precisato
che il massimo di socializzazione va di pari passo con il
massimo dindividualizzazione.
La normalità rappresenta una differenziazione per
arricchimento. Lanormalità rappresenta una
sdifferenziazione per impoverimento (Devereux, 1951a, 1952a,
1956a). Ciò spiega il fatto perfettamente accertato
che un esquimese nevrotico somiglia più a un nevrotico
congolese che a un esquimese normale; e gli somiglia anche
più di quanto due esquimesi normali siano simili
tra loro.
Questa somiglianza tra individui sdifferenziati merita di
essere scrutata più da vicino. Una volta ho segnalato
(1940) che il sintomo, per assolvere completamente alla
sua funzione, deve essere contrario alle abitudini e ai
costumi; deve riflettere un negativismo sociale. Sfortunatamente
questo fatto ha suscitato una grave confusione tra disadattamento
e nevrosi; confusione contro cui non smetto di protestare
(1939a, 1956a, 1958a). Un nevrotico è sempre un disadattato;
un disadattato può benissimo non essere un nevrotico.
In effetti, un uomo normale è inevitabilmente disadattato
in una società patologica, ma smette di esserlo quando
riesce ad emigrare. Al contrario, una ninfomane nevrotica,
disadattata allinterno di un ambiente puritano, continuerà
ad essere disadattata e nevrotica tra gli indiani Mohave:
riuscirà ad essere ninfomane in un modo tale che
nemmeno i Mohave possono tollerare (Devereux, 1948), poiché
la sua nevrosi esige che si rivolti contro lambiente
qualunque esso sia.
Il sintomo principe della sdifferenziazione psicopatologica
è una diminuzione della capacità tipicamente
umana di essere uno zoon politikon aristotelico, semplicemente
perché lindividuazione (differenziazione) e
la socializzazione sono i tratti più evoluti della
specie umana - e quelli più caratteristici tra i
tratti di questa specie - essendo i primi, di conseguenza,
a venire intaccati dai disordini psichici.
Lincomprensibilità del paziente è, nel
quadro di questa concezione, perfettamente fittizia. Essendosi
sdifferenziato per impoverimento, è inevitabilmente
più comprensibile di quanto non lo sia lindividuo
normale che resta invece inesauribile. Ricordiamoci
che Freud considerava comprensibili i nevrotici; solo il
genio ha rinunciato a capire, forse un po prematuramente.
Tre o quattro anni di analisi ci permettono di capire un
paziente; una vita consacrata allo studio del pensiero di
un Aristotele o di un Freud non basta ad esaurirne le implicazioni
e per riconoscerne lintera portata.
Lincomprensibilità del paziente non è
una qualità innata ma una conseguenza dellottica
deformata di colui che cerca di capirlo. È incomprensibile
solo nel senso in cui lo sarebbe un cane che qualcuno si
intestardisse a prendere per un gatto. Leducazione
psicoanalitica tenta, di conseguenza, di insegnare al candidato
a non lasciarsi ingannare dalle apparenze
a fargli
imparare di non permettere alla confezione sontuosa e bizzarra
- esercitante daltronde la funzione di ciò
che ho chiamato red herring resistance (1953a) - di sviare
la sua attenzione dal vile contenuto del pacchetto.
Ammetto volentieri che, per principio, ogni essere umano
- come ogni opera darte - è inesauribile; che
ci riserva ancora delle sorprese alla sua decima lettura
(Devereux, 1961a). Bisogna del resto ammettere che il nuovo
scoperto alla decima lettura di un Sully-Prudhomme è
poco significativo rispetto a quello riconosciuto alla prima,
mentre è vero il contrario per un Euripide di cui
ogni nuova lettura rivela ricchezze insospettate alla prima.
Durante una psicoanalisi si osserva la stessa cosa: dopo
lo choc iniziale il paziente ci riserva poche
vere sorprese. Ciò spiega perché ascoltiamo
questo essere sdifferenziato con unattenzione fluttuante
e perché dobbiamo cercare di capirlo utilizzando
soprattutto la parte meno differenziata ed evoluta della
nostra psiche: linconscio. In seguito, trattando le
risonanze - ovvero ciò che il materiale fornito dal
paziente produce nel nostro inconscio - come se fosse materiale
autopsichico piuttosto che eteropsichico,
ritrasponiamo a livello conscio questo materiale prestato,
rifacendo così mille volte il cammino della nostra
maturazione (Devereux, 1956b). Per contro, quando durante
lanalisi il paziente ridiviene un essere differenziato,
la nostra attenzione fluttuante sempre più
si accompagna - e deve accompagnarsi - a una reale attenzione.
Ho discusso altrove (1952b) le coordinate generali, i punti
di repere, che bisogna impiegare per capire il paziente
allinterno della cornice (frame of reference) che
gli conviene e che gli è propria, e non ho nessun
bisogno, di conseguenza, di riparlare di questo tema. Vorrei
solamente sottolineare che la maggior parte dei nostri errori
di comprensione sono dovuti allillusione che conosciamo
già la cornice entro cui il paziente deve ssere capito
mentre non la conosciamo ancora. Non dobbiamo dunque mai
scartare il bel principio enunciato dal dott. Ives Hendricks:
Lanalisi deve svolgersi in unatmosfera
di tranquilla confusione, in primo luogo per poter
comprendere la natura dellimpoverimento del nevrotico
e poi per poter cogliere la sua inesauribile ricchezza di
essere umano.
Comprensione e prevedibilità
Ogni
adattamento esige la comprensione e questa è possibile
solo quando lambiente o la persona a cui ci si adatta
sono governati da leggi e presentano delle regolarità
(Devereux, 1939a). Per di più, tali regolarità
devono essere conformi alla natura delloggetto che
le presenta. Si sa cosa fare se un cane abbaia; si resterebbe
interdetti davanti a un gatto che abbaiasse. In breve, non
ci si può adattare che a una cosa la cui identità
e uniformità di comportamento siano conosciute, alle
cose in rapporto alle quali si è al riparo da sorprese
- nota 1.
Questa scelta è di suprema importanza
nel comportamento degli uomini. Lanimale inferiore
è altamente prevedibile poiché i suoi tropismi
e i suoi istinti (biologici) forniscono larmatura
del suo comportamento e ne garantiscono la struttura e la
prevedibilità. Per contro, il ruolo relativamente
ristretto giocato da questi meccanismi nel comportamento
umano - e la gamma enorme dei comportamenti di cui luomo
è, di conseguenza, capace - lo renderebbe pressappoco
imprevedibile se la società non supplisse a questa
deficienza sostituendo il costume sociale agli istinti e
ai tropismi nella funzione di regolazione, armatura e principio
strutturante del comportamento umano (Devereux, 1956b).
Il costume sociale regolarizza il comportamento umano secondo
due vie, i cui paradeigmata sono il giuramento, da un lato,
e la legge, dallaltro.
Il giuramento limita in modo effettivo la libertà
dazione delluomo. Colui che presta giuramento
ipoteca lavvenire, garantendo nel presente il suo
comportamento futuro. A tal proposito è interessante
fare unosservazione: la parola greca che significa
giuramento (horkos) indicava in origine la palizzata, o
il recinto, che limita la libertà di movimento del
bestiame. La parola greca nomos (legge), invece, specifica
essenzialmente lordine positivo di agire in un certo
modo; non significa che non si deve fare questa o quella
cosa. Pur senza conoscere le belle ricerche condotte su
questi due termini dallellenista Cornford (1957),
avevo già utilizzato pressappoco gli stessi criteri
per differenziare il Super-Io dallIdeale dellIo
(1956b).
Comprensione dellidentità e controllo
Dal
momento in cui comprendiamo una cosa o un essere, appena
ne stabiliamo lidentità, da quando possiamo
prevederne il comportamento abbiamo un potere su di esso,
siamo nella condizione di intervenire sulla sua vita sia
nel bene che nel male.
Dato ciò, cosa cè di sorprendente nel
fatto che il nostro paziente voglia impedirci di conoscerlo,
di capirlo? Anche se mettiamo da parte il fatto che, essendo
stato traumatizzato da coloro i quali lo conoscono meglio,
si aspetta, di conseguenza, di venir danneggiato da tutti
quelli che ne conoscessero lidentità; il nostro
obiettivo dichiarato non è forse quello di guadagnare
un potere su di lui allo scopo di cambiarlo? Un paziente
schizofrenico di Fromm-Reichmann (1946) è diventato
il portavoce anche dei nostri nel momento in cui lha
accusata dipocrisia: Pretende di accettarmi
così come sono e tuttavia tenta di cambiarmi!
Allora perché, pur temendo ogni comprensione che
considerano il precursore di un nuovo trauma, i pazienti
si mettono in nostro potere? Tralasciando alcuni meccanismi
ben conosciuti, quali la speranza che lanalisi fallirà
oppure che riuscirà a sbarazzare il paziente solo
dalle sue crisi dangoscia e dalle difficoltà
pratiche senza tuttavia intaccare lessenza della nevrosi,
cercherò di sottolineare un aspetto alquanto misconosciuto
del desiderio di farsi psicoanalizzare
, di farsi capire.
La specie umana tende a voler controllare lincomprensibile
e limprevedibile distruggendolo. Si pensi alla spaventosa
battuta pronunciata al momento della condanna a morte di
Lavoisier: La Repubblica non ha bisogno di scienziati!
I nostri pazienti hanno dunque ragione a temere di essere
considerati come incomprensibili
ne va della loro vita!
Di conseguenza, si sottomettono a unanalisi nella
speranza di imparare ad apparire comprensibili, ciononostante
senza esserlo. Vogliono chiedere in prestito allanalista
una normalità di facciata. Questo desiderio si collega
da vicino alla nevrosi descritta da Norman Reider (1950):
la nevrosi di voler apparire normale.
I pazienti hanno ugualmente valide ragioni per temere gli
strumenti di cui si servono gli uomini per controllare gli
esseri difficili. Infatti, gli uomini tentano di controllare
i loro simili, come pure gli animali, restringendo artificialmente
la gamma dei comportamenti possibili. Detto altrimenti,
cercano di controllare gli uomini attraverso lhorkos
piuttosto che per mezzo del nomos. Secondo Erodoto, gli
Sciti accecavano i loro schiavi per impedire loro di evadere.
In alcune tribù africane una moglie che continua
ad abbandonare il tetto coniugale viene azzoppata. Altrove
si taglia la mano ai ladri e si castrano gli adulteri.
Lungo tutta la storia degli uomini il coltello del castratore
- che rende gli esseri più prevedibili eliminando
tutto un settore di comportamenti possibili - si è
sostituito al vero sforzo civilizzatore che, attraverso
una buona legge, fornirebbe una struttura e unarmatura
al comportamento.
Senofonte,
apostolo delloligarchia, vanta in uno stesso capitolo
della Ciropedia i meriti della castrazione degli uomini,
dei cavalli e dei cani poiché questa operazione li
rende più docili e fedeli. Time Magazine cita la
massima di una campionessa di salto a cavallo: Tutti
i miei cavalli sono dei castroni
per questo sono meno
distratti! Appena dieci anni fa nellistituto
per bambini oligofrenici di Winfield, Kansas, si castravano
(gonadectomia e non vasectomia) quasi tutti gli ospiti per
renderli più docili. A livello terapeutico, o presunto
tale, la lobotomia è forse una cosa diversa dalla
castrazione fisica? Sappiamo che la lobotomia non sopprime
la psicosi; non fa altro che diminuirne le manifestazioni,
rendendo lo psicotico lobotomizzato meno refrattario alla
disciplina dellamministrazione. Infine, ogni sistema
totalitario tenta di restringere la gamma dei comportamenti
possibili. Un piccolo principe italiano vietava che si insegnasse
ai poveri larte di leggere e scrivere, e tanto i segregazionisti
(Dollard, 1937) quanto gli Spartani (Devereux, 1965b) si
sforzavano di depotenziare sistematicamente gli individui
oppressi. Ai giorni nostri, lo scopo implicito delle pseudo-democrazie
ipocrite è di costituirsi in popolo di giovani intelligenti,
mentre i totalitarismi cercano di costruire un popolo di
adulti stupidi (Devereux, 1965a). Ho indicato altrove (1956a)
che si può imporre facilmente un comportamento regolare
(da minorati) agli oppressi, semplicemente interdicendo
loro lutilizzazione di alcuni meccanismi di difesa
e, soprattutto, di certe sublimazioni.
Questa
tendenza di regolarizzazione via minorazione
è sorprendente, in particolare, nelleducazione
dei bambini. Una volta ho detto (1939a), e non smetto di
insistervi, che ai nostri figli insegniamo così tanto
e bene larte di essere bambini che patiscono
tutte le pene del mondo a diventare adulti (Devereux, 1956b,
1965c). Qui si tratta, precisamente, dei cattivi effetti
di ciò che Ruth Benedict (1938) chiama le discontinuità
nel condizionamento culturale. Infine, e soprattutto,
sostituiamo al comportamento che è naturale per un
organismo sviluppato in modo incompleto (un comportamento
da bambino), un comportamento artificiale (infantile piuttosto
che bambinesco) conforme allimmagine che la società
si è fatta del comportamento che, a suo giudizio,
dovrebbe essere naturale per i fanciulli. Ora,
dato che il comportamento naturale (da bambino) è
una tappa nella marcia intrapresa dallorganismo verso
la maturità, verso lautosviluppo e lautorealizzazione
per individualizzazione, il comportamento imposto (infantile)
incoraggia le fissazioni; è un semaforo rosso, una
soluzione di continuità lungo il cammino progressivo
verso la maturità psicosessuale.
Prima di stringere più dappresso questo problema,
dobbiamo innanzitutto esaminare con attenzione il processo
attraverso cui si costituisce lidentità del
bambino e il senso soggettivo della sua individualità
in quanto configurazione globale (Ganzheit, wholeness).
La costituzione di unidentità integrata è
un problema che non può essere affrontato fruttuosamente
se non precisando da subito che
1) comprendersi: conoscere la propria identità,
2) comprendere: conoscere lidentità del mondo
esterno,
3) essere compreso, avere unidentità conosciuta:
costituiscono una sola configurazione, caratterizzata da
una reciprocità e complementarità perfette
tra i tre elementi in gioco. Nello stesso tempo e al polo
opposto, non comprendersi, non comprendere la realtà
e non essere compreso formano ugualmente una configurazione
unitaria.
Ho segnalato immediatamente che lidentità e
la differenziazione risultavano da una moltiplicazione delle
precisazioni date su di un oggetto o su di un essere. Questa
definizione provvisoria devessere adesso rivista secondo
un certo punto di vista: infatti, moltiplicando sia le nostre
misurazioni che la loro precisione, possiamo arrivare benissimo
ad attribuire unindividualità distinta a unameba
oppure a un fiammifero o a un ago prodotto in serie. In
questo caso, tuttavia, non si tratta di una vera identità
funzionale ma unicamente di una semplice e gratuita identificabilità
poiché:
1) dal punto di vista operazionale e oggettivo, e da quello
dellutilità, non si guadagna niente, in generale,
dallidentificazione di unameba, così
come nulla si guadagna scegliendo un fiammifero
e scartandone un altro;
2) dal punto di vista soggettivo, sembra probabile che unameba
e, a fortiori, un fiammifero non possiedono un senso della
propria identità e non attribuiscono a se stessi
questa qualità.
Per contro, bisogna fare un autentico sforzo per ignorare
finanche lidentità di un topo o di un gatto,
per non parlare di quella di un essere umano. Inoltre, ignorando
lidentità di un essere umano si restringe il
ventaglio dei benefici che se ne possono ricavare. Infine,
pur ammettendo la fondatezza della teoria di Marcel Mauss
(1950) secondo cui alcune società - del resto poco
evolute - non hanno un vero concetto della persona,
quello dellIo, ciò significa, semplicemente,
che queste società non sanno utilizzare tale concetto
a livello sociale. Ciò non significa affatto che
il concetto dellIo non sia un dato primario della
coscienza anche per il primitivo, pur quando questultimo
è impiegato a funzionare come un pezzo di ricambio
in alcune pratiche sociali quali il levirato e il sororato.
In questi casi, dunque, non si tratta di unassenza
del senso dellIo ma semplicemente di un modo dagire
a portata limitata che comporta, tuttal più,
unabdicazione segmentaria e passeggera del senso della
propria identità.
Tuttavia resta il fatto che nelluomo, soprattutto
il senso di un se stesso integrato, il senso
di una vera individualità, è una cosa acquisita
che si costituisce gradualmente ed è soggetta a tanti
rischi e peripezie. Di più, questo senso dellidentità
e dellintegrazione interna deve costituirsi su due
livelli: nello spazio e nel tempo. Avendo abbozzato questo
problema a due riprese (1961b, 1966), mi accontenterò
di darne qui un semplice riassunto.
Lidentità nello spazio presuppone ciò
che Petzoldt chiama la causalità spaziale, che postula
la coerenza delle cose nello spazio. Il fatto che il corpo
sembra costituire un oggetto coerente e perfettamente circoscritto
ci fa talvolta dimenticare come ciò non sia sufficiente
per considerarlo immediatamente come ben integrato. Possiamo
anche distinguere degli organismi incapaci di unorganizzazione
coerente (strutturata) pur essendo capaci di unorganizzazione
totale, quelli che non sono ancora in grado di raggiungere
unorganizzazione coerente e quelli che - in modo passeggero
o permanente - non sono più capaci di organizzazione
coerente la quale comporta sempre un senso didentità
globale. Allo scopo di semplificare le cose comincerò
a discutere la prima e la terza di queste alternative.
Osservazione 1. - Se si continua a stuzzicare
per qualche minuto lemisoma di un polipo dellordine
Actinaria, classe Anthozoa, con una carta assorbente impregnata
di brodo, questa metà del polipo finirà per
imparare che la carta assorbente non è un alimento
senza che laltra metà del corpo abbia tratto
profitto da tale lezione. Questo polipo - a
cui manca un sistema nervoso centrale - è dunque
perfettamente incapace di comportarsi come una totalità
strutturata le cui reazioni segmentarie devono venire integrate
con - e passare per - lintero corpo, concepito e funzionante
effettivamente come una totalità.
Osservazione 2 - In situazioni di stress, un topo bianco
può perdere temporaneamente il senso della coerenza
del proprio corpo. Un topo bianco femmina, prossima a partorire,
cerca sempre di costruirsi un nido. Se nella sua gabbia
manca il materiale finirà per trattare la sua coda
come un oggetto esterno e la prenderà
in bocca come se fosse un filo di paglia, la depositerà
accuratamente nellangolo dove vuole costruire il nido,
ripartirà a cercare dellaltro materiale, ritornerà
ancora con la coda in bocca e continuerà ad agire
in questo modo per qualche tempo. Allo stesso modo un topo
molto affamato, la cui coda sanguini, incomincerà
a mangiarla. In entrambi i casi sembra trattarsi di una
vera estroiezione di una parte del corpo che dora
in avanti sarà trattato come un oggetto.
Talvolta si osservano fenomeni un po dello stesso
tipo - almeno per ciò che concerne lespulsione
o il distacco di un segmento corporeo dallimmagine
totale del corpo - in alcune malattie del sistema nervoso
come pure in alcune nevrosi.
Osservazione 3 - Durante ladolescenza, il marito inibito
di una mia paziente - anchegli in analisi - era talmente
angosciato dalle sue erezioni spontanee e ingovernabili
che il suo pene non sembrava più far parte della
sua immagine corporea. Allora rimuginava, talvolta,
su come disfarsi di questa cosa autonoma che
non era più sua.
La costituzione dellidentità nel bambino, che
non la possiede ancora, è un processo assai complesso.
Dato che il bambino deve innanzitutto distaccarsi dallunità
duale che lo lega alla madre (Herman, 1936), Spitz (1957)
ha perfettamente ragione a dire che il primo sganciamento
del bambino dal suo ambiente, separazione che demarca la
genesi stessa della sua identità, è il momento
in cui pronuncia - in un modo o nellaltro - la parola:
no!. Questo momento corrisponde a una vera e
propria seconda nascita (psichica), poiché attraverso
tale atto il bambino afferma la sua identità contra
mundum, come dicono i giuristi. Per di più, la costituzione
della sua identità è il prodotto di un autentico
bricolage, nel senso attribuito a questa parola
da Lévi-Strauss (1962). La sua identità non
è un dato primario. Essa risulta da un assemblaggio
insieme pianificato e fortuito le cui possibilità
e la portata sono limitate tanto dalla natura del progetto
che dal materiale a disposizione e di cui sfrutta le possibilità
con maggiore o minor successo. Al tempo stesso, vari settori
del progetto possono farsi concorrenza per lutilizzo
dello stesso materiale. Se Robinson Crusoe non dispone che
di un solo chiodo deve innanzitutto decidere se farne un
coltello o un amo. Una volta risolta tale questione saprà
ricavare da questo chiodo molto più di quanto non
saprebbe ricavarne un uomo che disponga di molti chiodi
e possiede già un coltello e degli ami.
Le più elementari osservazioni indicano che lintegrazione
corporea del bebè è fortemente incompleta
tanto per ciò che riguarda le sue membra, quanto
per quello che concerne i suoi sensi. Gioca con le proprie
dita come se queste parti del corpo fossero degli oggetti
e la sua visione stereoscopica, binoculare, si organizza
assai tardi. Infine, le reazioni totali del
suo corpo non sono i prodotti di una coordinazione strutturata
(analogia: reggimento) ma presentano reazioni di massa
(analogia: folla). Di conseguenza non possiede né
un senso della propria individualità integrale né
un senso dinterezza corporea: Limmagine
del corpo manca ancora di armatura quasi quanto quella
di un polipo o del topo sotto stress.
La mielinizzazione incompleta del sistema nervoso impedisce
al bebè di costituirsi unimmagine corporea
coerente - un Io corporeo - impedendogli anche di costituirsi
unimmagine coerente del corpo della propria madre.
Si avrebbe torto a parlare della frammentazione
della madre come di un atto positivo, come di uno smontaggio
della madre operato dal bebè. A mio avviso il bebè
incomincia a percepire la madre come se fosse già
smontata. Ad esempio, non è il bebè che stacca
il seno dal resto della madre, in quanto, mentre il bebè
sta succhiando, il seno occupa lintero campo visivo,
ciò che, come indica Lewin (1946), serve da punto
di partenza per la costituzione dello schermo del
sogno. In questa fase il bebè non ha bisogno
e nemmeno la possibilità di ricostituire
il corpo materno. È ancor meno capace di coordinare
le diverse categorie di stimoli (visivi, uditivi, tattili,
termici, ecc.) che provengono dalla madre. Niente prova,
ad esempio, che il bebè sappia che il
viso che guarda, la voce che fuoriesce e la mano che lo
accarezza appartengano a una sola sorgente globale
- nota 2.
Possiamo dunque affermare che la madre arriva a lui già
smontata in un doppio senso: da un lato, il
suo seno (o qualche altra parte del corpo) è un oggetto
parziale prima di diventare una parte del suo corpo e, dallaltro,
ogni tipo di stimolazione proveniente da lei (vista, udito,
tatto, etc.) resta isolato non essendo coordinato con gli
altri tipi di stimolazione (agnosia strutturale). Aggiungiamo
che questa tendenza caratterizza anche le origini dellarte
greca. Snell (1953) segnala che tra i Greci i primi disegni
del corpo umano presentano il corpo come una serie di membra
giustapposte alle articolazioni; nota anche che i testi
omerici sembrano non contenere una parola significante il
corpo vivente tutto intero.
Sfortunatamente, al posto di incoraggiare e facilitare la
costituzione di unidentità nello spazio, lo
sviluppo di un Io corporeo coerente, leducazione agisce
troppo spesso nel senso opposto. Sotto diversi aspetti il
bambino non è nemmeno considerato come lindiscusso
proprietario del suo corpo -nota 3.
Al posto di moltiplicare le prove di ciò che è
fin troppo evidente, passiamo adesso al problema della costituzione
di unidentità nel tempo.
Integrazione nel tempo - Perché si possa essere coscienti
della propria continuità e invarianza nel tempo bisogna
essere capaci di strutturare gli eventi sviluppati cronologicamente
in una serie causale rappresentante ciò che Petzoldt
chiama la causalità temporale. Linsieme
di una serie di questordine è una configurazione
(Gestalt) temporale, unidirezionale, irreversibile e non-assurda.
La lunghezza di una serie causale, che losservatore
è capace di percepire come costituente una configurazione
temporale, varia in funzione dellintelligenza, del
grado di sviluppo del sistema nervoso e anche dellintensità
relativa dellimpatto del presente, poiché nei
momenti di stimolazione eccessiva - fosse questa un pericolo,
un dolore estremo o lorgasmo (Bergler - Roheim, 1946)
- il senso del tempo viene perduto. Già Aristotele
conosceva lesistenza di serie troppo lunghe perché
potessero essere riconosciute come costituenti una configurazione
coerente. Nella Poetica parla di tragedie o racconti di
durata eccessiva da non poter essere concepiti come un insieme
coerente, costituente una configurazione -nota 4.
Osservazione 4 - Un topo bianco può essere istruito
a spingere una leva per ottenere una pallina di cibo. Se
però la pallina non appare quasi immediatamente dopo
che il topo abbia spinto la leva, egli è incapace
di avvertire il rapporto tra questo atto (la
manipolazione della leva) e la sua conseguenza (ricompensa):
la comparsa del nutrimento. Per cui un topo, la cui ricompensa
non arriva che dopo un lasso di 15 minuti, non impara a
spingere la leva più velocemente di un altro che
non riceve nessuna ricompensa per la sua prestazione.
Osservazione 5 - Gli psicoanalisti hanno osservato che il
bebè distingue la madre buona (che lallatta)
dalla madre cattiva (che gli dà un buffetto).
Per il bebè queste due persone non sono effettivamente
la stessa, non soltanto perché queste due
madri sono sorgenti di stimolazioni apparentemente incompatibili,
ma anche perché sono, per di più, separate
da un intervallo di alcuni secondi, minuti oppure ore. Durante
le prime settimane - forse anche durante i primi mesi di
vita - il bebè non ha, credo, un senso reale ed efficace
della propria continuità e invarianza nel tempo.
Dopo essere stato allattato, non sa più
di avere mai avuto fame. Sembra incapace di gettare
un ponte tra il bebè affamato di qualche minuto
prima e quello soddisfatto e pacificamente sonnolento di
adesso. Non sente che il suo Io è invariante
malgrado - e attraverso - tutti questi cambiamenti di stato
semplicemente
perché il bebè non possiede ancora un vero
Io, nel senso psicoanalitico della parola, che
assicurerebbe il senso della sua continuità nel tempo.
Credo che in psicoanalisi si potrebbe modificare la frase
di Cartesio, cogito ergo sum, e dire: Penso per essere sicuro
di continuare ad esistere nel tempo. Un essere che mancasse
totalmente di memoria si sentirebbe ad ogni istante come
un neonato. Si osservi a tal proposito che proprio durante
il periodo in cui i bambini incominciano non solo ad avere
un Io effettivo, ma iniziano a sfruttare coscientemente
la loro memoria e a inquadrarsi intenzionalmente nel tempo,
essi si avviano a interessarsi anche del problema: Da dove
sono venuto? Dovero prima di nascere? Esistevo prima
di nascere?
La capacità di previsione, come pure la capacità
di fare scientemente appello ai dati della memoria e dellesperienza,
si collega molto da vicino al senso della propria continuità.
Uno dei grandi trionfi dellintelligenza umana - trionfo
che ha fatto di noi degli uomini nel senso aristotelico
della parola - è la concezione secondo cui il presente,
a tutti gli effetti, costituisce una saldatura tra passato
e futuro, al posto di essere la sola cosa realmente esistente
-nota 5. Laddove il presente non è guardato come
una semplice saldatura tra passato e futuro si osserva quasi
sempre sia una mancanza del senso dellavvenire (previsione)
sia una mancanza del senso del passato (incapacità
di trarre profitto dallesperienza). Avendo discusso
altrove questo fenomeno (1966) mi sembra inutile attardarsi
su di esso.
Appare invece assolutamente necessario segnalare, almeno
di sfuggita, una funzione del sogno che, a quanto sappia,
non è mai stata indicata con chiarezza e che tuttavia
sembra essere importante almeno quanto la sua funzione di
guardiano del sonno già riconosciuta
da Freud; osservazione confermata ampiamente dagli studi
fatti al Mount Sinai Hospital di New York che hanno dimostrato
come i soggetti a cui si impedisce di sognare, svegliandoli
appena incominciano a farlo, godono poco del loro riposo
e diventano molto nervosi e ansiosi. Sono perfettamente
convinto che una delle funzioni più importanti del
sogno sia di assicurare, anche durante il sonno, il senso
di continuità nel tempo dellidentità
del sognatore. È il sogno che effettua una saldatura
tra ieri e domani; esso impedisce la produzione di una soluzione
di continuità tra il crepuscolo e lalba. Questa
teoria, credo, è rinforzata potentemente dal fatto
che la tendenza a dimenticare i sogni va spesso di pari
passo con la tendenza a dimenticare il passato non più
sentito come appartenente al me stesso
doggi. Non cè dunque niente di
sorprendente nel fatto che la riconquista del passato dimenticato
e la sua reintegrazione nel senso del me stesso invariante
nel tempo, osservati durante lanalisi, si associ
ad un incremento della capacità di ricordare i sogni
e di riconoscerli appartenenti al se stesso
piuttosto che come materiale estraneo allIo
(egodistonico) o eteropsichico (inviato dagli dei, ecc.).
Per sfortuna leducazione, che, come abbiamo visto,
tenta di impedire piuttosto che incoraggiare lintegrazione
dellidentità nello spazio - ad esempio gerarchizzando
le parti del corpo e differenziando gli organi puri
dalle vergogne - cerca anche di impedire la
formazione di un senso di continuità nel tempo.
Questo intervento sullidentità temporale del
bambino si produce talvolta molto precocemente nella vita.
Il senso dellidentità temporale del bambino
si appoggia innanzitutto sullo svolgimento unidirezionale
e irreversibile di alcuni processi fisiologici, ciascuno
dotato di un acme. Questo vertice dà un senso alle
tappe precedenti del processo e costituisce ciò che
gli psicologi della forma (Gestaltisti) chiamerebbero giustamente
un elemento di chiusura. Un processo di questordine
sarebbe: aver sempre più fame ed essere allattato
al momento critico; o anche: aver sempre più bisogno
di defecare e farlo al punto critico.
Sfortunatamente, incoraggiati da certi pediatri compiacenti,
i genitori tendono a interferire con lorario fisiologico
del bebè (molto variabile ma naturale) e a sincronizzare
per forza questorario con un pendolo siderale,
azione altrettanto irragionevole quanto quella di voler
sincronizzare un orologio termodinamico con un orologio
meccanico. Il bambino non viene allattato quando ha fame
ma allorché il pendolo indica che è giunto
il momento; deve defecare non quando ne prova il bisogno
ma quando lo si esige. Ciò ha gravi conseguenze e
può anche perturbare lorientamento del bambino
in rapporto al tempo poiché, come ho indicato in
altro luogo (1958b), appare molto probabile che la nozione
stessa del tempo sia ispirata dalla percezione soggettiva
dello svolgimento di alcuni processi fisiologici, ivi compresa
levoluzione stadiata del bambino attraverso le fasi
dello sviluppo psicosessuale.
A un livello più evoluto, il fatto di esigere dal
bambino unobbedienza immediata e cieca, da automa,
impedisce anche lo sviluppo di un senso reale della continuità
di se stesso nel tempo. Non accade la stessa cosa per un
ordine le cui ragioni vengano spiegate al bambino. Nel primo
caso si tratta di una soluzione di continuità brutale:
nel momento in cui irrompe nella psiche del bambino, o dello
schiavo, lordine di origine eteropsichica sintercala
in modo violentemente intrusivo e subitaneo nello svolgimento
normale di operazioni fisiologiche e psicologiche già
in corso. Per poter eseguire questordine, il bambino
deve interrompere violentemente e far deragliare alcuni
di questi processi fisiologici già avviati. Si tratta,
in questo caso, di un vero e proprio aborto psicofisiologico,
dellinterruzione brutale e definitiva di un processo
già in via di realizzazione. Questo genere di interruzione
rappresenta dunque unautentica soluzione di continuità
nel senso di se stesso nel tempo.
In un mirabile studio, troppo poco letto, poco citato e,
soprattutto, per niente capito, Sperling (1950) sottolinea
che lordine viene spesso sentito come un trauma e
il trauma viene vissuto come un comando. Le implicazioni
di questa concezione sono ancora da esplorare; essa apre
importanti prospettive sullavvenire delle nostre nozioni
etiologiche.
Un ordine subitaneo a cui bisogna obbedire immediatamente
e automaticamente resta materia estranea; il
suo esecutore deve frenare o bloccare bruscamente lo svolgimento
di un processo di origine autopsichica in cui è impegnato
e - prima di poter integrare quel comando nella psiche -
deve eseguirlo, pur continuando a recepirlo come un materiale
eteropsichico. Da qui alla concezione paranoica
della macchina dinfluenzamento di Tausk (1919) non
cè che un passo.
Al contrario, un ordine dato dopo una spiegazione ragionevole
fa discendere lesecuzione di questordine da
una sorgente riconosciuta come autopsichica. La sua messa
in atto non causa dunque una rottura nella continuità
di se stesso; non intacca il senso della continuità
di se stesso nel tempo.
Questi fatti spiegano, a mio avviso, perché il Super-Io
tende a conservare gli attributi di un materiale nettamente
eteropsichico e perché rappresenta un aggregato fortuito
piuttosto che una vera struttura; in breve, il Super-Io
è composto essenzialmente da tutto ciò che
non può essere né compreso, né controllato,
né trasformato, in materiale autopsichico nel momento
in cui gli eventi, il cui precipitato costituisce il Super-Io,
si sono prodotti. LIdeale dellIo è invece
composto dal residuo di direttive che, prima di essere eseguite,
sono state comprese e governate, avendo avuto perciò
la possibilità di trasformarsi in materiale autopsichico.
Ho discusso altrove questi fatti (1956b) e non devo tornarci
sopra pur segnalando che i passi precedenti rappresentano,
da un certo punto di vista, una nuova elaborazione, certamente
di grande portata, della mia teoria iniziale sullorigine
del Super-Io e dellIdeale dellIo con la quale
le mie attuali conclusioni sono del resto perfettamente
compatibili. Esse completano la mia prima teoria senza modificarla
affatto.
In breve, gran parte delleducazione nega effettivamente
lidentità autonoma del bambino e ignora i suoi
bisogni di costituirsi un se stesso strutturato
e invariante nel tempo. Ciò spiega perché
in alcuni pazienti - sottomessi durante linfanzia
a un regime particolarmente arbitrario attraverso cui i
genitori si sono accaniti a negarne lidentità
e a intralciarne lindividualità - si osserva
tanto unincapacità quasi completa a ricordare
la propria infanzia, quanto unassenza totale del senso
del vissuto nei frammenti recuperabili. Tali pazienti sono
spesso anche quelli che non sognano o, se lo
fanno, sono incapaci di produrre delle vere associazioni;
le loro associazioni non sono, in generale, che delle speculazioni
o dei giochi più o meno intellettuali e impersonali.
Questi pazienti mancano del senso del vissuto,
semplicemente perché una volta dovevano comportarsi
come macchine inanimate, obbedendo a ordini puramente eteropsichici.
Lo stesso fenomeno si osserva anche, sotto una forma appena
diversa, nel quadro del senso dellidentità
nello spazio.
Osservazione 6. - Un paziente, di cui tornerò a parlare,
diceva la testa e il pene al posto
di dire: la mia testa o il mio pene.
Non ho capito il senso di questo modo di esprimersi se non
dopo aver letto una lettera nella quale la madre spiegava
al paziente come gli aveva insegnato a servirsi del w.c.:
Si sollevava il bambino
si dirigeva il pene verso
,
ecc.. La lettera dimostrava che il paziente non era
stato che un oggetto; il suo pene (il pene),
non essendo designato da un termine referenziale (suo),
era semplicemente un pezzo smontato. Tanto la sua testa
che il suo pene erano del resto esclusivamente al servizio
della madre: quella testa doveva servire a far carriera;
quel pene doveva assicurare un matrimonio clamoroso, ad
majorem matri gloriam. I rari ricordi dinfanzia e
i sogni di questo paziente mancavano del senso del vissuto,
le sue associazioni sui sogni erano solo speculazioni
fantasmatiche e caotiche che non contribuivano quasi per
niente alla comprensione dei rari sogni.
Questo genere di educazione può, in casi eccezionali,
produrre tuttavia unipermnesia sia dellinfanzia
che dei sogni.
Osservazione 7. - Il figlio di una madre, il cui unico principio
pedagogico era quello di spezzare incondizionatamente lindividualità
dei propri bambini, comprese molto presto che, per poter
fare ciò che voleva, doveva pretendere di non volerlo
fare. Diventato pittore, dipingeva facilmente quadri di
sua ispirazione, ma era praticamente incapace di fare un
ritratto che gli venisse ordinato. La sua ipermnesia rappresentava
la cronaca gloriosa di una resistenza contro lannientamento
della propria individualità.
Esiste un negativismo quasi contrattuale che rende il soggetto
perfettamente manovrabile bastando esigere il contrario
di ciò che in realtà si vuole da lui.
Osservazione 8. - Tra gli indiani Crow (Lowie, 1935) e in
altre tribù della stessa area, il nevrotico Cane
Pazzo che vuol morire è perfettamente negativista
ma anche perfettamente controllabile perché è
sufficiente chiedergli proprio il contrario di ciò
che si esige da lui.
Osservazione 9. - Una donna emancipata (diplomata), appartenente
a una di queste tribù, nel corso della sua analisi
oscillava tra una grave nevrosi e delle bouffées
deliranti. Durante i suoi episodi psicotici era perfettamente
negativista ma altrettanto perfettamente controllabile:
ho potuto far cessare la sua coprofagia ordinandole di mangiare
le sue deiezioni (Devereux, 1953b).
Osservazione 10. - Uno schizoide ospedalizzato, ma non deteriorato,
controllava il dispettoso negativismo del suo protetto -
un giovane ebefrenico molto deteriorato - ordinandogli di
ribellarsi alla disciplina. Mise fine alla tendenza del
suo protetto di indossare i vestiti degli altri pazienti
impedendogli di indossare i propri (Devereux, 1944).
Questi fatti dimostrano che Spitz ha ragione quando dice
che il bambino diventa un individuo nel momento in cui impara
a dire No!. Basta soltanto aggiungere che anche
questo no, come vedremo, può diventare
un gesto quasi contrattuale -nota 6.
Simpone la conclusione che, data la tendenza di simili
genitori a punire ogni manifestazione dindividualità
dei loro bambini, i nostri pazienti finiscono per credere
che il fatto stesso di voler possedere unindividualità
sarà considerato da esseri così onnipotenti
come una tracotanza punibile con la distruzione dellidentità
e dellesistenza stessa del colpevole.
Aggiungiamo semplicemente che il negativismo di questi pazienti
rappresenta, al tempo stesso, unidentificazione con
il nemico poiché riproduce, in sostanza, il negativismo
dei genitori verso ogni manifestazione dellindividualità
del bambino.
(Fine
prima parte edizione italiana)
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note
1 Ho
indicato altrove (1956b) che gran parte dellopera
di civilizzazione consiste nelleliminazione delle
sorprese. I tetti aboliscono leffetto
delle piogge come i condizionatori aboliscono le variazioni
di temperatura. In questo vi è una grande realizzazione
di scelte. Assai paradossalmente, inoltre, e
a livello teorico, dal punto di vista della termodinamica
e della meccanica statistica, queste scelte fanno contemporaneamente
diminuire e aumentare lomogeneità dellambiente.
Rendendo omogenea la superficie stradale differenziamo la
strada dal resto della superficie (accidentata) della terra.
2 Si
pensi a come sia difficile identificare una voce, anche
se ben conosciuta, quando la si ascolti al telefono per
la prima volta. Ho avuto modo di osservare, in una situazione
sperimentale, che uomini intelligenti sono incapaci didentificare
al buio suoni oltremodo familiari come lo spiegazzamento
di un foglio di carta o lo strappo di una tela di seta.
3 Si
pensi a fenomeni universali, o quasi universali, quali laborto
(Devereux, 1955), le mutilazioni rituali, il divoramento
di bambini; o il famoso processo intentato, davanti a una
corte californiana, da una ragazza contro la madre che laveva
fatta sterilizzare; o anche allopposizione espressa
dal cardinale arcivescovo Hayes, di New York, contro una
legge federale che regolamentava il lavoro infantile - legge
che gli sembrava attentare ai diritti assoluti dei genitori
sui figli.
4 Osservo
di sfuggita che questo fatto non sembra essere preso in
considerazione dagli ellenisti nelle loro controversie sulla
presenza o lassenza di una struttura nelle epopee
omeriche.
5 Si
rileggano a proposito di ciò i mirabili passaggi
della Poetica, dove Aristotele, in un linguaggio così
semplice e così pieno di buon senso da non essere
mai stato capito, discute la distinzione tra ciò
che precede (o segue) lazione
della tragedia e lazione della tragedia stessa. Fino
ad oggi questi passaggi sono stati considerati soprattutto
come definizioni di ciò che è troppo evidente
perché vi fosse la necessità di discuterlo.
6 A
Sparta, quando gli Efori ordinavano di andare a cercare
il re, questultimo dimostrava la sua autorità
- pressappoco inesistente!- obbedendo soltanto al terzo
richiamo degli onnipotenti Efori.
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