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Elementi Per Un Manifesto

(1997, i Fogli di ORISS, 7/8, 7 - 17)

ORISS, Associazione senza scopo di lucro, fu fondata nel 1990. (Ö) A sette anni di distanza, l'Associazione conferma gli obbiettivi identificati e i mezzi adottati nel 1990, ma li traduce nelle lingue e contingenze dell'attuale passaggio, identificando alcuni nodi critici sui quali pare prioritario lavorare all'interno di un progetto che non è di ORISS, ma è un progetto collettivo al quale ORISS sente di partecipare.


Qualche indicazione di metodo

In questi anni ORISS ha lavorato anche per corrodere le false certezze dell'apparato occidentale che si dice scientifico (in particolare la colonizzazione biologica della psicologia e della psichiatria) e le pretese universalistiche di una "antropologia" e di una "psicologia", quelle occidentali, storicamente e geograficamente determinate. L'obiettivo era la creazione di condizioni di comunicazione, confronto e reciproca valutazione tra diversi saper-fare, quello occidentale compreso; condizioni rispettose, intelligenti ed efficaci.
Un altro passo, e oggi è possibile lavorare alla costruzione di un saper-fare innovativo, che accetti la sperimentazione permanente, sempre attratto e attivato dai dilemmi e paradossi epistemologici dietro i quali si annidano rilevanti questioni nell'ordine delle gerarchie cognitive e sociali. Un saper-fare capace di progredire attraverso sfide locali, ma che ha nel suo stesso atto costitutivo e programmatico una visione del mondo, di tutto il mondo: anche di quello invisibile e apparentemente silenzioso. Fino a che punto, o in quali sue aree, il metodo scientifico sia utile e generativo in questo saper-fare, o invece fino a che punto quest'ultimo possa svilupparsi solo attraverso una rottura con la tradizione scientifica occidentale (cui resterebbe, una volta depurata dalle abusive contaminazioni da parte dell'Economia, l'ambito delle sole applicazioni tecniche), ancora non è possibile sapere.

Si tratta comunque di abrogare la presunzione che solo ciò che il metodo scientifico può (o potrà) afferrare sia reale; di opporsi alla tendenza cosmopoietica della Scienza, che definisce ciò che è e ciò che non è, ciò che è legittimo che sia e ciò che non lo è. Se, per quanto abusivo, questo totalitarismo trovò una sua giustificazione nel '700, nella lotta contro superstizioni, oscurantismi e soprusi, oggi è proprio il simulacro della Scienza, animato dagli indubbi successi delle applicazioni tecniche del metodo scientifico, che viene esibito come ragione delle condizioni esistenti, contribuendo ad impedirne il superamento. La Scienza pare oggi aver abiurato, sotto le pressioni dell'Economia, alla fedeltà ai suoi principi (rinunciando in particolare a rischiare continuamente le sue proprie premesse) e aver tradito, sotto la pressione della Ragione di Stato, il mandato prometeico (fare delle tecniche lo strumento dell'emancipazione, non del profitto, della distruzione della vita e dell'ambiente). La sequenza "Scienza-Tecnica-Industria-Produzione" (che può essere anche letta nell'ordine rovesciato dei suoi vettori come "Produzione-Industria-Tecnica-Scienza") si frappone oggi come ostacolo sulla via del progresso di una conoscenza libera, capace di concepire il salto oltre l'eternizzazione delle condizioni esistenti.

In questo quadro, per generare questo tipo di conoscenza, ORISS si propone di stimolare processi di ricerca empirica che diventino spunto di formazione, valorizzando il sapere nel senso più ampio del termine (scientifico, popolare, iniziatico, ecc.), dando dignità di ricerca a ogni attività intrapresa da persone o gruppi per analizzare la propria situazione al fine di migliorarla. Si tratta di facilitare e sostenere le analisi delle situazioni e la sperimentazione di soluzioni che persone e gruppi intraprendono sulle situazioni cui sono confrontati. La continuità e il carattere interattivo di tale approccio facilitano il mutuo e l'auto-apprendimento e permettono di appropriarsi progressivamente del processo di costruzione dell'organizzazione e della strategia stessa. ORISS promuove quindi la formazione di operatori e tecnici dello sviluppo sociale e della salute (gli "esperti") riorientando il loro approccio direttivo e prescrittivo verso la valorizzazione delle esperienze popolari ("laiche") e la loro organizzazione in rete, incoraggiando comunicazione e scambi tra i diversi attori implicati nel processo di cambiamento. A tal fine, è indispensabile compiere e perseguire la decodifica dei linguaggi utilizzati da operatori e utenti per restituire a persone e gruppi l'iniziativa della creazione di senso.

ORISS propone dunque il superamento della separazione tra operatori dello sviluppo e della salute e utenti, consumatori o clienti basata sul postulato della separazione gerarchica tra competenti e incompetenti, esperti e laici; favorendo il mutuo riconoscimento delle logiche degli uni e degli altri. Il cambiamento può allora essere compreso nella sua valenza di processo e non tanto come risultato di un intervento (formazione, terapia, assistenza, ecc.). Il nostro ruolo consiste nel produrre opportunità e incoraggiare processi: ostinatamente ORISS propone procedure di attivazione.

Per questa via, ci orientano solo alcune indicazioni metodologiche, dato che il punto di arrivo ci è sconosciuto.
Una delle intenzioni fondamentali di ORISS è la dimensione interdisciplinare. Non però come semplice coesistenza di modelli, o creazione di formule omnicomprensive (per es.: "approccio bio-psico-sociale") dove le varie discipline giustapposte formino un patchwork in cui ogni corporazione si trova rappresentata e valorizzata. Non c'è vero guadagno di conoscenza "lottizzando" l'oggetto; modelli davvero olistici non risultano da collage di discipline diverse, ma dal superamento dei limiti di ciascuna di esse. Tale superamento è possibile solo se una disciplina entra dentro l'altra e, senza rispettare clausure e recinti, riserve e identità, esige spiegazioni e esplicitazioni, provoca revisioni epistemologiche, costruisce inediti linguaggi e figure: cioè liberamente sperimenta. E per discipline noi intendiamo non tanto dei saperi, ma dei saper-fare. Interdisciplinarietà è dunque per noi da subito un modello di organizzazione operativa che si traduce in gruppi operativi misti, o nell'inclusione in reti formali o informali di operatori provenienti da diverse discipline e quindi anche da diverse culture.

La proposta di una tale interdisciplinarietà apre immediatamente la questione delle relazioni di potere e di organizzazione. Tante volte abbiamo constatato nel nostro percorso come il potere separato della classe degli "esperti" (la classe sacerdotale del nostro tempo) deriva anche dalla sistematica svalorizzazione del potenziale insito nelle persone e nei gruppi. A chiudere il cerchio, le modalità di comunicazione della conoscenza, utilizzate da operatori e tecnici dello sviluppo e salute, impediscono l'autonomia di utenti, consumatori, clienti, ecc. Il capitale relazionale dei "laici" viene spesso ignorato o legato attraverso logiche clientelari. Un cambiamento è possibile solo riconoscendo questo potenziale: l'organizzazione in reti di organismi (persone e gruppi) è il mezzo che permette di attivare gran parte delle risorse occultate. ORISS si propone quindi di tenere in considerazione e facilitare le analisi delle situazioni per utilizzarle in una comunicazione inter-attiva e per ricercare soluzioni e produrre cambiamenti. La tendenza è verso forme di organizzazione paritarie, a rete, con distribuzione di responsabilità continuamente revocabili che evitino, nella misura del possibile, la fissazione in ruoli gerarchici. L'attenzione alle dinamiche interne e esterne di potere e la sperimentazione di forme organizzative che favoriscano incontri e scambi paritetici è parte indissociabile dello sforzo di costruzione di una vera interdisciplinarietà.

Per questa via si giunge presto al limite tra discipline, tecniche e cosa pubblica ("politica"). La separazione tra attività tecnica e politica, madre di tutte le separazioni disciplinari, viene quindi messa in discussione. L'idea che una soluzione tecnica, particolare e delimitata, sia sufficiente di per sé, è fonte di gravi mistificazioni: non ultima quella che delega il potere di soluzione dei problemi della nostra vita alla classe degli esperti. La soluzione proposta dal tecnico è solo una delle possibili soluzioni di uno specifico aspetto di un dato problema. Essa ha però tutte le possibilità di non raggiungere il suo scopo se le persone cui essa è rivolta non hanno loro stesse contribuito a definire il problema e a scegliere la soluzione che adottano. Nella situazione attuale solo un'attività interdisciplinare così intesa (e perciò critica), e rivolta a abolire separazioni, ha in sé una valenza innovativa, visto che non solo fornisce chiavi svariate e preziose per una più completa lettura dell'esistente (includendo nel campo dell'osservazione le dinamiche di potere) ma si pone naturalmente dalla parte della resistenza alla riduzione, semplificazione, passivizzazione, separazione.

L'attenzione all'esistente significa, oggi come sempre, prima di tutto attenzione ai movimenti trasformativi e ai processi critici e conflittuali che tali movimenti innescano: crisi e passaggi identitari, ibridazioni e creolizzazioni, trasformazioni di modi di esserci-nel-mondo, di ammalarsi, di curare, forme di resistenza e opposizione o di détournement dell'esistente al fine di accendere appartenenze e riconoscimenti. Antropologie, etnologie, filosofie, psicologie, medicine, psichiatria e sociologie non hanno senso oggi, se non vengono messe in una prospettiva storica, attenta al contesto, alle ragioni e determinanti lì vigenti. In particolare, l'attenzione alle determinanti implicite (gli "incorporati") delle discipline e dei loro attori, determinanti rese evidenti dalla congiuntura attuale che obbliga le discipline a confrontarsi con il loro "oggetto" in trasformazione, porta alla luce le liaisons dangéreuses che ciascuna di esse intrattiene con interessi e forze restaurative e frenanti. Ciò è particolarmente evidente nel caso della psichiatria, da sempre accusata di produrre (o quanto meno di determinare nelle forme e nei possibili percorsi solutivi) ciò che poi pretende di curare. Esplicitare gli "incorporati" disciplinari porta a processi di revisione epistemologica preziosi e salutari.

Se in questi anni si è molto indebolita (e i vari esperti e scienziati sono stati tra i più efficaci, anche se involontari, attori di questa decostruzione) la credenza fideistica nella Scienza, tuttavia liquidazioni sbrigative di saper-fare occidentali in nome di altri, frettolosamente importati come "alternativi", rischia di essere un rimedio peggiore del male. La liquidazione della psichiatria in nome delle sue stupidità e abusi, o quella della medicina allopatica per la sua violenza o per il suo eccessivo tecnicismo, lascia aperte e irrisolte le questioni della gestione e presa in carico delle crisi, delle disabilità, delle urgenze e delle malattie gravi; e quella del diritto dei poveri ad accedere a strutture sanitarie moderne ed efficienti nei casi in cui esse detengano la risposta migliore a domande importanti di cura. D'altra parte, la diffusione a tappeto di pratiche "terapeutiche" o di "autorealizzazione" pare assolutamente funzionale a un progetto di società disposto a investire all'interno dell'individuo, pur di non mettere in discussione le relazioni e la distribuzione delle risorse: dove ogni bricolage è consentito purché autofinanziato e non in contrasto con l'attribuzione istituzionale degli spazi di potere e di poter fare. Al contrario, il superamento della psichiatria e della medicina non può che passare attraverso un complesso e difficile lavoro che comporta la negoziazione di spazi, degli accessi alle risorse e della loro utilizzazione (tra le altre, quelle investite in ricerca).
L'esame critico dei saper-fare separati ha senso solo in vista della costruzione di un saper-fare collettivo che è prima di tutto saper-fare organizzativo, declinabile localmente, capace di attivare le varie risorse espresse dai territori e di collegarle tra loro, lasciando aperte diversità che consentano scelte e circolazioni tra i diversi sistemi di cure.

Aree di lavoro

Ovviamente, il primo ambito di attenzione e sperimentazione dell'Associazione è se stessa, la sua forma organizzativa osservata nelle sue funzioni e disfunzioni durante le sue attività.
Assemblea e Direttivo sono gli organi previsti dallo Statuto ed essi svolgono più o meno realmente o formalmente (a seconda della partecipazione all'Assemblea e dell'attività reale de Direttivo) la funzione di orientamento e decisione. Tuttavia riteniamo necessaria una continua sperimentazione di forme organizzative capaci di adattarsi ai terreni e alle necessità delle singole azioni e realtà locali.
Gran parte delle attività associative sono organizzate dal centro (Comitato Direttivo) che assume così un ruolo propositivo, di promozione e orientamento culturale, normativo rispetto a scadenze e incontri. Questa forma inevitabilmente si struttura in maniera gerarchica, ordina per attivo/passivo, per proponente/consumante e produce assoggettamenti e integrazioni. I due movimenti relazionali che ne scaturiscono sono verticali: verso il basso l'assoggettamento; verso l'alto l'affiorare di emergenze e conflittualità. Tale forma diventa operativamente ricca solo se c'è elasticità e gioco tra i livelli, tendenza all'autonomia negli assoggettati e possibilità di decisione alla base. Pur tendendo a produrre dipendenza e passività, essa potrebbe essere funzionale alla diffusione e proposta dei risultati di dibattiti teorici, proposte culturali, opzioni metodologiche e operative emerse da lavori approfonditi e altamente specialistici. Questa forma organizzativa ("centrica") è quella cui siamo più abituati e che sopportiamo meno; e può riassumersi nell'immagine di un centro più o meno ristretto che elabora e produce ciò che il cerchio più allargato dei soci e non soci consuma; mentre i soci di ritorno contribuiscono a rendere possibile questo lavoro versando le loro quote associative. Pur nell'insoddisfazione che proviamo vivendola, tuttavia non è da sottovalutare ciò che questa forma ha reso e rende possibile.
Vi sono altre forme, marginalmente già presenti in ORISS, ma che meriterebbero di essere portate alla luce e sperimentate per compiti e situazioni in cui potrebbero rivelarsi particolarmente feconde.
Nell'organizzazione "a-centrica", per esempio, la totalità del sistema stabilisce ordinanze, controllo e regolazione attraverso retroazioni sulle parti del sistema stesso: il centro è ubiquitario. Le organizzazioni a-centriche costituiscono regimi globali coerenti a partire da configurazioni locali portatrici di efficacia operativa. Attivano gli individui disponibili, promuovono ricerche di senso individuali e collettive, legano l'uomo al suo contesto culturale, ecologico e sociale permettendo lo sviluppo di progetti condivisi, verificabili, caratterizzati da rapporti informali e paritari. Questa potrebbe essere la forma organizzativa che meglio corrisponde a un modello multi-culturale e inter-disciplinare.
Un'altra possibile forma, l'organizzazione "policentrica", comporta, infine, tanti centri quanti sono gli individui che la compongono, con ruoli e funzioni interscambiabili in reciproche e dinamiche relazioni di potere. Tale modello di funzionamento è paragonabile a quello dell'organismo vivente che acquista coerenza, complessità e globalità solo con la partecipazione, nelle varie funzioni, di tutte le sue parti. La fisiologia di tale organizzazione si basa evidentemente sull'equilibrio delle sue varie componenti. Tale struttura potrebbe essere adottata nelle diverse reti e potrebbe aprire nuovi spazi di sperimentazione sulle forme migliori di comunicazione e cooperazione.

Un secondo ambito di lavoro è quello dell'informazione e della formazione.
Rivista e collana di libri costituiscono senza dubbio la base dell'interfaccia informativa tra il centro di ORISS (che elabora stimoli e materiali, più o meno abbondanti, che giungono dall'esterno e dai soci), i soci e l'esterno. Altre attività di informazione, già più vicine all'ambito formativo, sono incontri, seminari e convegni organizzati dall'Associazione sola o insieme ad altri Organismi. Queste attività si continuano direttamente (con limiti sempre più articolati ed evanescenti) con gli ambiti della terapia e dell'educazione. Se e-ducare significa condurre fuori ciò che è già contenuto in forma immatura (in persone, gruppi o situazioni) e terapia accompagnare una persona nei suoi processi di auto-guarigione e emancipazione, allora è impossibile stabilire limiti netti tra questi ambiti e quelli della formazione intesa prevalentemente come auto-formazione, dove le persone sono in grado di spartire nel gruppo le risorse, evidenti o latenti, di ciascuno e di utilizzare al meglio le informazioni ricevute e prese. In quest'ambito, ORISS è interessata alla sperimentazione di gruppi di auto-formazione, terapia, intervisione; a interventi informativi e pedagogici nei diversi ambiti, istituzionali e no. In alcuni di questi campi, attività sono in corso e già hanno prodotto alcune indicazioni generali.
Un cambiamento collettivo reale non sembra poter essere ottenuto che attraverso un processo di comunicazione e di mutuo auto-apprendimento tra persone o gruppi confrontati a problemi simili; è dunque a partire dall'auto-apprendimento e dallo scambio di esperienze (anche all'interno di una dinamica conflittuale) che strategie comuni e responsabili possono essere avviate. Le strategie comuni dei gruppi (istituzioni, collettività, gruppi di base, ecc.) portano all'auto-pianificazione di percorsi di formazione, terapia, conoscenza, includendo la dimensione prospettica e la possibilità di anticipare le trasformazioni in atto. Se la dimensione della ricerca e della sperimentazione muove dalle strategie delle persone e dei gruppi, essa consente di svelare specifici modi di costruire il presente e preparare il futuro (oltre che di rivisitare il passato).
Queste ipotesi portano ad alcune linee che guidano il nostro lavoro. È solo nel confronto con specifiche situazioni o problemi che le persone o i gruppi possono migliorare le loro capacità di agire efficacemente. Agendo in queste situazioni e riflettendo sulla propria efficacia, possono prendere coscienza dell'importanza delle rappresentazioni che essi stessi costruiscono nella ricerca delle soluzioni. Modificare tali rappresentazioni può aumentare l'efficacia delle azioni condotte e soprattutto porta ad interrogarsi sul proprio rapporto con la realtà, e ad estendere la rappresentazione della specifica situazione ai contesti più generali nei quali essa si inserisce. Tale processo rafforza l'individualità e l'autonomia delle persone e dei gruppi estendendo allo stesso tempo il loro campo di interazione e solidarietà. Agire sulle rappresentazioni e sull'estensione del campo dell'interazione e della solidarietà produce senso e rende possibili alternative reali.

Una terza area di lavoro è quello della Cooperazione Internazionale. In quest'ambito, tutte le indicazioni metodologiche e le riflessioni precedenti entrano a pieno titolo, facendo da sfondo e sommandosi ai compiti specifici che singole attività di Cooperazione Internazionale si prefiggono. La valorizzazione delle risorse occulte, l'attenzione ai processi organizzativi e alle relazioni di potere, la centralità dei momenti formativi e informativi, il tendenziale superamento delle separazioni tra esperti e laici, tra discipline, tra l'ambito tecnico e quello politico, diventano ancora più centrali quando si trovino a collaborare persone e gruppi appartenenti a mondi lontani. La reciprocità dell'interesse e del guadagno (in soluzione di bisogni, conoscenza o altro) deve essere fin dall'inizio esplicitata. Dalla Cooperazione Internazionale bisognerebbe passare consapevolmente a una specie di internazionalismo di base. L'internazionalismo porta nella sua storia la volontà a operare per la giusta distribuzione delle risorse, delle opportunità e del potere; e questa ci pare la necessità di quest'epoca, premessa minima a partire dalla quale si può pensare la pacificazione delle società umane e del loro rapporto con l'ambiente in cui evolvono. Siamo, qui, nell'ambito di regole minime comuni, nell'ambito della legge che fa possibile la giustizia, e fuori da quello di sentimenti e morali, rispettabili o meno, che animano specifiche solidarietà e umanitarismi. Persone o gruppi provenienti da diversi ambiti negozino tra loro attività e rapporti secondo i loro interessi (anche se gli interessi possono essere diversi) per trovare soluzioni intelligenti a bisogni e problemi degli uni e degli altri, nel quadro generale della tensione verso la giustizia: ecco un terreno appassionante di ricerca, azione e studio, dove i vari ambiti di interesse e azione già citati si trovano riuniti e interagiscono nel momento di loro maggiore difficoltà e complessità.

I cenni su qualche linea guida e la descrizione sommaria delle aree di interesse in cui ORISS sta lavorando e intende lavorare fin qui riportati non esauriscono certo né il presente né il futuro del nostro comune lavoro. Si tratta tuttavia delle prime sedimentazioni di un saper-fare che sta depositandosi nel corso di questi anni e delle contingenze difficili e appassionanti, dei risultati e dei fallimenti che abbiamo conosciuto e che stiamo insieme vivendo.
 
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