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ORISS al Social Forum di Bamako, dal 19 al 23 Gennaio 2006 | [download] [fotografie]

Dal 18 al 23 Gennaio 2006 si è svolto a Bamako (Mali) il Social Forum Policentrico Mondiale.

 

Il 18, al Centro Internazionale dei Congressi è stata ricordata la Conferenza di Bandung, ed è stato rinnovato l'impegno per la ricostituzione delle alleanze tra i popoli del Sud del mondo.

 

Alle ore14 del 19 il Forum è stato aperto da un corteo che ha percorso la grande arteria che dal Centro Culturale porta allo stadio Modico Keita. Circa 10.000 persone, molti rappresentanti di ONG del Sud e del Nord, slogan anti-neoliberisti e anti-imperialisti. Il corteo era aperto dalle maschere dogon (Fig. 1) e da un gruppo di intellettuali e personalità maliane, tra le quali Aminata Traoré (Fig. 2). Allo stadio, alcuni discorsi (tra i quali quello particolarmente acceso del rappresentante della gioventù maliana, che ha ricordato la preveggenza di Thomas Sankara nel denunciare gli effetti nefasti dell'espansione del Capitale), le danze e le manifestazioni di gruppi folklorici e musicali hanno aperto ufficialmente i lavori.

 

A partire dal giorno 20 e fino al 23, i lavori si sono svolti contemporaneamente in vari luoghi della capitale, messi a disposizione dal Governo: il Centro Congressi, la Biblioteca Nazionale, La Scuola Nazionale di Amministrazione, il Museo Nazionale, il Centro Ippico, la Piramide del Ricordo, la Casa della Gioventù. I temi erano: Guerra e pace, globalizzazione del neo-liberismo, migrazione, contadini e la questione agraria, l'universo femminile, comunicazione, distruzione degli ecosistemi, Cooperazione, debito, IFI e WTO, lotte sociali, le alternative, le diversità culturali come strategia di resistenza. Essendo del tutto impossibile anche solo citare i numerosissimi seminari e interventi, mi limito qui a riassumere quelli ai quali ho partecipato direttamente.

 

Migrazione

E' stato uno dei temi più seguiti e più vivaci. E' stato trattato in molti seminari ai quali hanno partecipato rappresentanti di gruppi di migranti installati in Europa, di migranti respinti alle frontiere, di ONG, di istituzioni africane ed europee. Per la prima volta, ho sentito trattare la questione da persone e gruppi dei paesi da cui provengono i migranti che raggiungono, o cercano di raggiungere, l'Europa. Questo cambiamento di prospettiva, che mi ha molto colpito, è stato sottolineato fin dall'inizio da un maliano, rappresentante di un gruppo di rimpatriati sans-papiers : "fintanto che il leone non dispone dei suoi propri storici, la storia scritta è quella dei cacciatori".

Riporto qui, alla rinfusa, alcune note dal mio quaderno.

 

E la migrazione Nord-Sud? Certo, se i cooperanti francesi o gli europei che si sono installati in Africa fossero rimandati nei loro paesi, i governi europei avrebbero i loro problemi. E poi: i paesi del Nord ci obbligano a firmare delle convenzioni per la protezione degli uccelli migratori e invece lasciano morire nel deserto e nel mare uomini che migrano?

Bisogna conoscere il contenuto degli accordi segreti (perché coperti dalla qualifica di "accordi operativi di polizia") tra Unione Europea (UE) e paesi del Nord-Africa (ma certo anche con quelli a Est dell'UE): l'UE fornisce cooperazione, denaro, mezzi e armi e in cambio pretende "democrazia", "libero" commercio e caccia al migrante. In Marocco ci sono retate nelle campagne e nelle città, i neri sono visti con sospetto, l'amministrazione chiede alla gente di non dare loro case in affitto o di denunciarli, e poi vengono chiusi in veri e propri campi di concentramento, e rispediti indietro coi charter della vergogna, spesso dopo aver loro sequestrato i documenti di identità. La politica dell'UE è complice della ripresa della peggiore tradizione repressiva marocchina.

In Libia l'Italia costruisce campi di detenzione coi soldi della Comunità Europea, dove vengono selezionati i migranti che servono all'UE. Tristi ricordi! Non erano gli schiavisti a scegliere gli schiavi da portare nelle Americhe in base ai loro muscoli? E adesso non è Chirac a dire che si scelgono i migranti in base ai loro cervelli? Addirittura ad alcuni, in questi processi di selezione, viene stampato un timbro sul braccio. Tristi ricordi! Eppure la migrazione è fondamentale per tutti; i migranti aiutano i paesi di accoglienza e quelli di provenienza. I maliani in Francia che provengono, per esempio, dalla regione di Kayes, inviano in Mali il doppio del denaro di tutti gli interventi in Mali della Cooperazione Francese!

Di fatto si sta organizzando una cintura di paesi tampone attorno all'UE. Si chiama politica di "esternalizzazione delle frontiere", ma possiamo chiamarla "strategia di apartheid mondiale". Guardate in Libia: Gheddafi da canaglia è diventato gendarme della democrazia. La settimana scorsa l'Italia gli ha dato elicotteri speciali per la caccia al migrante. L'accordo tra Berlusconi e Gheddafi, "accordo operativo di polizia", è segreto e nessuno lo ha mai letto. Funzionari della Commissione Europea sono andati in Libia e hanno fatto una relazione su ciò che è stato finanziato dall'Italia: charter dalla Libia verso i paesi subsahariani (oggi si chiamano così i paesi dei neri), tre centri di detenzione, formazione della polizia ed equipaggiamento per la caccia al migrante, fornitura di 1000 sacchi di plastica per cadaveri (umani a perdere!). Così, l'Italia fornisce aiuti per militarizzare la Libia per poi espellere migranti dall'Italia verso la Libia. Il modello italiano è adottato dall'Unione Europea.

Attraverso questi accordi amministrativi è possibile esportare polizia ed esercito senza controllo dei parlamenti. L'esternalizzazione delle frontiere permette di scaricare su altri il controllo dei flussi migratori, creando una specie di nuovi protettorati polizieschi. C'è una nuova figura, si chiamano "ufficiali di collegamento", sono funzionari UE inviati nei paesi di partenza dei migranti come supporto alle polizie locali. Potete vederli in azione in tutti gli aereoporti.

Ora bisogna creare una rete per contrastare questo modo di gestire la migrazione. Bisogna passare attraverso i parlamenti, discuterne. La prima alternativa è, paradossalmente, la più istituzionale: passare attraverso le leggi e i parlamenti. Il Nord non può chiederci, a noi dei paesi del Sud, di gestire le conseguenze di politiche impoverenti che ci sono state imposte, e che noi non abbiamo scelto. Per questo è fondamentale per l'Africa avere testimonianze e contatti con le ONG del Nord che parlano chiaro, svelando per esempio i ricatti che stanno dietro la Cooperazione.

La migrazione è un fenomeno costitutivo dell'umanità. Il primo uomo non è stato forse africano e non ha poi, migrando, popolato il mondo? Eppure, oggi ovunque si criminalizza la migrazione: si veda il Messico, l'Africa e la criminalizzazione anche delle migrazioni da un paese africano all'altro, l'UE e i paesi dell'Est. Dobbiamo interpellare i governanti e chiedere loro conto delle loro politiche e dei loro accordi. E poi bisogna relativizzare il ruolo dei flussi migratori africani. Ci sono 40 milioni di migranti interni in Africa, persone che non vivono nei loro paesi di origine, per una ragione o per l'altra. E l'UE non riesce ad accoglierne 15.000, quelli che cercano di raggiungere l'UE e vengono respinti? E' scandaloso.

I campi di detenzione non sono una risposta di emergenza, sono progettati sul lungo termine. Nei paesi dell'Est, ai confini con la UE, sono anche campi di lavoro e formazione, per formare lavoratori utili alla UE; gli altri, vengono lasciati nei paesi tampone. A volte, col pretesto di proteggere i migranti, li si perseguita. Per esempio, dopo le stragi dell'anno scorso a Ceuta e Melilla, attuate dalle polizie e dagli eserciti del Marocco e della Spagna, sono stati edificati e sono controllati dalle stesse polizie ed eserciti campi di detenzione per "proteggere" i migranti!

In tutto questo, l'Europa abbandona i Diritti dell'Uomo, la sua parte migliore, che avrebbe invece dovuto diffondere ed esportare. Accetta di calpestare i diritti fondamentali: pensate che si può, oggi, discutere pubblicamente della legittimità della tortura, o dell'aspetto positivo del colonialismo!

E' in corso una reconfigurazione internazionale, dove sparisce tra l'altro la distinzione tra rifugiati e migranti, dove l'AIM assume un ruolo di deportazione, contrastando l'UHCR delle NU, resa inoperativa perché sempre più privata di mezzi. Ma quali sono le differenze in Francia tra destra e sinistra per ciò che riguarda le politiche migratorie? Perché si continua a parlare di integrazione dei migranti in una società che è già la loro? Come fare per garantire la libertà di restare nei propri paesi, la libertà di andarsene in altri, contro il neocolonialismo e l'apartheid mondiale?

Una carta geografica, distribuita tra i partecipanti al Forum, mostra la cintura di campi di detenzione creata attorno alla fortezza Europa.

 

Cooperazione

Il tema della Cooperazione è stato trattato in vari seminari, ai quali hanno partecipato tra gli altri il Ministro della Cooperazione del Brasile, l'ARCI e altri rappresentanti di istituzioni africane e no. Prima di tutto è stato sottolineato che la cooperazione oggi, proprio per le considerazioni emerse anche nei seminari sulla migrazione, può essere alleata di questo processo di militarizzazione e riconfigurazione del mondo oppure opporsi ad esso. Si tratta quindi di prendere partito e poi impegnarsi in azioni che concorrano a produrre la trasformazione positiva del mondo. Ma come fare, come opporsi a forze così potenti, le stesse che hanno avviato la guerra in Irak nonostante la protesta, in tutto il mondo, di milioni di persone? Contro forze che sono in grado addirittura di produrre consenso tra coloro che sfruttano? Come opporsi a delle politiche di Cooperazione che hanno come solo obiettivo la militarizzazione dei paesi tampone, o la distruzione delle autonomie e autosufficienze locali, che sono quindi azioni di separazione e di guerra? Come opporsi alla sottrazione sistematica di risorse dalla Cooperazione per darle a polizie ed eserciti? Occorre sostenere una Cooperazione militante, che agisca tenendo conto dell'obiettivo strategico: agevolare i processi trasformativi positivi del mondo, opponendosi alle dinamiche negative in corso.

 

Culture

Un seminario sulla poesia è stato organizzato e condotto da un gruppo maliano di poeti, che si propone di fare poesia per aiutare le trasformazioni positive. La poesia, secondo loro, riguarda tutti gli aspetti della vita, anche quelli quotidiani; ed è poesia anche quella di chi, in occasione dei sacrifici, recita le invocazioni, e deve recitarle nell'ordine stabilito, assumendosi la responsabilità della correttezza del rituale. Se sbaglia, sa che per lui è finita, e deve subito trasmettere il sapere a un altro, perché sa che la sua vita volge al termine. In questo, la sua assunzione di responsabilità nei confronti del gruppo è totale. E' poesia anche quella dei pastori peul che, finita la conduzione delle mandrie attraverso il fiume, rivaleggiano in poesia di fronte alle donne più belle. Ora noi abbiamo bisogno, per trasformare il mondo, dell'"astuzia" ( f e r e in bambara: mezzo, strumento, strategia, astuzia) dei poeti. Nel corso del dibattito, una donna vestita di nero, integralista islamica, ha sollevato il problema: ma insomma, la poesia può servire ad avvicinare gli uomini a dio, e come? I poeti maliani hanno risposto che la poesia è già in sé parola vicino a dio, mediazione con dio. La donna ha insistito: voi parlate di ritmi, ma il ritmo è vicino alla musica, e come può la musica avvicinare a Dio? Uno dei poeti ha detto che lui, che crede in Dio, ascolta e ascolta le surate recitate del Corano, e per lui sono musica. La donna ha continuato: ma non è da condannare la musica "de charme", quella che avvicina gli umani tra loro, gli uomini e le donne, quando sappiamo che l'80 % tra loro non sono sposati? Con pazienza, un poeta le ha risposto leggendo una sua poesia che parlava della bellezza di una donna dalla bellissima pelle nera, nera "comme il faut", che mai avrebbe dovuto cercare di sbiancare.

 

Il giorno successivo si è svolto un seminario sulle diversità culturali come resistenza alla omogeneizzazione neoliberista, organizzato dall'ARCI (Anna Bucca) e da Luciana Castellina (il Manifesto) (Fig. 3 e 4). Il primo intervento di un professore universitario algerino residente ora in Francia, è stato contro le identità di ogni tipo, origine di ideologie e fondamentalismi. Sono intervenuto presentando ORISS e le sue attività e consigliando su questo tema prudenza: è vero che le identità possono essere assassine, ma è anche vero che è la tendenza del Capitale quella di distruggerle, e di produrre degli umani come equivalenti astratti, proprio come il denaro (antropomorfosi del Capitale). La rivendicazione della propria specificità può essere un modo di resistere. Sono allora intervenuti un poeta maliano e un anziano che parlava solo bambara. Il primo ha sostenuto che amare sé stessi non vuol dire necessariamente detestare gli altri. Il secondo (Fig. 5) ha raccontato che quando ha visto arrivare in Mali la scienza e la scuola il suo cuore si era riempito di speranza: era come una luce che arrivava in Africa. Ma ora, dopo tutto questo tempo, ha paura che quella luce si sia trasformata in un incendio che può bruciarci tutti. Se prima gli africani portavano la corda al collo, ora è il loro spirito che è incatenato; e solo gli spiriti forti possono resistere, e criticare questa colonizzazione. Un altro intervento ha sottolineato la necessità di "torcere il collo" all'universalismo: e occuparsi di trovare il modo di vivere insieme per scambiarsi le diversità. Io ho cercato di mostrare come l'alternativa tra universalismo e localismo può essere superata se si pensa, come si fa in etnopsichiatria, che gli umani sono evidentemente tutti fatti della stessa carne, tutti fratelli e sorelle, ma ognuno è fabbricato da oggetti culturali diversi e dunque sviluppa diversità legate ad ambienti, storie, contesti; e uno degli oggetti culturali principali è la lingua (e un altro, dio). Ho anche ricordato che quando oggi pensiamo ad azioni in salute mentale, non riusciamo più a pensare ad attività cliniche slegate da attività rivolte alla continuità culturale ; tra psiche e cultura c'è continuità, non si può lavorare con una senza lavorare con l'altra.

Il seminario si è concluso con una riflessione sul senso della liberalizzazione dei prodotti culturali prevista dagli accordi WTO, che però si trasforma nella impossibilità, da parte dei singoli paesi, di sostenere la propria industria culturale e quindi diventa dominio dell'industria culturale dei paesi dominanti.

 

La questione agraria

Stefano Capotorti, rappresentante ORISS in Mali, ha seguito i lavori sulla questione agraria che mi ha così riassunto.

"Uno dei temi principali discussi per quello che riguarda le organizzazioni contadine è quello delle exploitation familiare agricole (EFA), l'agricoltura famigliare in italiano. Nell'Africa dell'Ovest l'80% della produzione di cereali e di prodotti di rendita (il cotone, le arachidi, i prodotti che vanno all'esportazione) è assicurata dalle famiglie contadine. Quindi la forza-lavoro che garantisce l'80% della produzione è costituita dalle famiglie contadine. L'EFA è dunque un modello di produzione estremamente funzionale ed economico, oggi penalizzato dal mercato per via delle sovvenzioni che vengono date ai prodotti occidentali. Se quelle sovvenzioni non esistessero i prodotti dell'agricoltura famigliare dell'Africa dell'Ovest sarebbero competitivi con i prodotti europei. Quindi le sovvenzioni sono un mezzo per mantenere fuori mercato le produzioni agricole di questi paesi e invaderli con i prodotti europei o americani (latte in polvere, patate, cipolle, ma anche cereali che inondano i mercati africani col cosiddetto dumping , lo scarico sui paesi del Sud del nostro eccesso di produzione). Quindi la Rete delle Organizzazioni Contadine dell'Africa dell'Ovest (ROPA) rivendica fortemente i diritti e cura gli interessi dell'EFA che non è un modello di sviluppo chiuso alla modernizzazione. Non è affatto vero che chi parla di EFA dice no al progresso e a una organizzazione agricola più moderna. ROPA è completamente aperta alla modernizzazione e a tutto quello che può migliorare la produzione e la produttività, quindi all'introduzione di mezzi di produzione e di percorsi e metodi produttivi più efficaci; ma vuole salv agu ardare questo modo di produzione che è nello stesso tempo l'elemento principale costitutivo della società ovest-africana, perché il 70 e l'80 % delle famiglie sono contadine, e sono la componente più rilevante della popolazione in termini quantitativi e la più produttiva. Per cui salv agu ardare questo elemento costitutivo della società africana significa salv agu ardare la società africana; aggredirlo, attaccarlo come si sta facendo in questo momento con le imposizioni della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale in materia di sviluppo, di aggiustamenti strutturali, spingendo a certi prodotti, o a certi tipi di produzione tramite gli accordi economici imposti dall'Europa, significa attentare davvero al futuro di questa società, spingerla verso un baratro, verso il caos con il rischio che si verifichino anche qui delle situazioni che abbiamo già visto altrove in Africa: massacri, guerre fratricide, eccetera.

Ora uno dei problemi enormi che si pone oggi a livello dell'EFA è quello dei giovani. I giovani sono sempre più attratti dall'Occidente. Alcuni gruppi all'interno della popolazione maliana da sempre, storicamente, sono stati propensi all'esodo, come i Soninké che hanno cominciato ad andare in Francia 30, 40 anni fa, e non è un fenomeno di oggi. Ma oggi, in qualsiasi villaggio del Mali, se si chiedesse ai giovani se preferiscono restare o andare in Europa, troveresti che tutti se ne vogliono andare. Quindi c'è questa spinta enorme, dovuta proprio a questo paradigma dello sviluppo che l'Occidente e le multinazionali stanno imponendo alla cultura contadina. Le multinazionali soprattutto, che puntano al recupero delle grandi superfici per le grandi produzioni destinate al mercato europeo e che si disinteressano completamente del destino di queste EFA, che negano il diritto a quella sovranità alimentare , che significa, proprio come diceva Bovet poco fa all'inaugurazione della casa per terapeuti tradizionali intitolata a Arouna Keita, la libertà di produrre quello che i produttori vogliono e di alimentarsi a partire dalla propria produzione, utilizzando le proprie sementi e salv agu ardando il patrimonio della biodiversità. Gli OGM per esempio costituiscono un rischio tremendo per questa biodiversità. Ci sono in Brasile organizzazioni contadine che hanno lavorato e stanno lavorando in modo assiduo al recupero delle specie vegetali, delle sementi che esistevano e che il mercato aveva fatto completamente sparire. La sovranità alimentare è dunque strettamente legata alla EFA.

Questi sono i due punti principali che sono stati discussi. Esistono poi altre questioni fondamentali come l'accesso alla terra e la proprietà della terra, sempre legate alla sovranità alimentare. In Europa per esempio l'agricoltura praticata è sempre più quella delle grandi estensioni e sta in mano delle grandi imprese agricole, che consumano il primo mezzo di produzione che è il suolo, perché lo utilizzano per monoculture che hanno un impatto tremendo sulla fertilità. Quindi c'è la rivendicazione della terra come bene comune: la terra non può essere considerata come una mercanzia, è un bene comune dell'umanità perché è nutrice, attraverso i prodotti della pastorizia e dell'agricoltura. E' come per l'acqua: si tratta di un patrimonio comune. Questa rivendicazione è uscita fortemente da Via Campesina ma anche da ROPA e da tutte le organizzazioni contadine presenti.

Rispetto a questi temi, il SF è stato utilissimo, un'occasione che io non avevo mai vissuto prima di incontri, di scambio tra elementi diversi, sindacati, organizzazioni contadine, associazioni, individui che si sono ritrovati e hanno vissuto insieme innanzitutto questo clima di convivialità, di libertà di espressione e poi l'interscambio, il poter parlare dei propri problemi, confrontarsi e proporre soluzioni e alternative. Le proposte che sono uscite, che usciranno e diventeranno patrimonio collettivo anche in previsione del prossimo Forum di Nairobi sono aperture di possibilità importanti. Credo che sia stata una cosa del tutto positiva. Tra l'altro, lo scambio d'informazioni ha reso evidente che è necessario che si corregga l'immagine deformata che al Nord si ha dell'Africa come di un continente povero, che non ha risorse. L'Africa è un continente ricco, che ha tutto, forse più dell'Europa; il Mali potrebbe non solo soddisfare i propri bisogni ma diventare il granaio dell'Africa dell'Ovest se non ci fosse questo squilibrio creato dal mercato globale guidato dagli interessi occidentali, che fa si per esempio che la gente di Kayes sceglie di comprarsi il riso tailandese a 24.000 FCFA piuttosto che quello prodotto a Niono che ne costa 30.000, e che a loro tra l'altro piace di più, per via di una serie di barriere imposte dalle lobby del commercio.

A questi temi sono poi collegati altri, anche quello della medicina tradizionale, perché i guaritori sono in genere prima di tutto contadini, sensibili alla protezione dei territori e delle biodiversità. E allora anche alcuni progetti, o programmi in cui siamo impegnati, si collocano bene dentro questa prospettiva globale. Pensa per esempio al programma della Piattaforma Medicina Tradizionale, con la sua enfasi sui rapporti Sud-Nord, Nord-Sud ma soprattutto Sud-Sud. Quindi c'è una specie di convergenza di attori e di temi, e la speranza è che questo movimento produca una specie di globalizzazione degli intenti trasformativi e positivi."

 

L'universo delle donne

Ramata Diaouré, psicopatologa, ha seguito i seminari legati alla questione femminile., Riassumo, da un suo articolo comparso su L'indépendant, i punti principali:

"Il «Dialogo delle femministe » organizzato dalla rete delle ONG femministe africane FEMNET è stato davvero uno spazio di scambi, dibattiti e discussioni che si sono dati come obiettivo l'analisi esaustiva delle strategie e degli approcci dei numerosi movimenti africani di fronte alle sfide poste dalla mondializzazione, i fondamentalismi e i militarismi. Posta sotto la presidenza effettiva di Mme Traoré Oumou Touré, segretaria del coordinamento delle associazioni e ONG femminili del Mali, la giornata è stata presentata da lei come « un privilegio per il Mali, una tribuna per far valere, in quanto donne solidali nel mondo intero, le nostre rivendicazioni più legittime, affinché la legalità si affermi sull'illegalità. » La Presidente della rete FEMNET ha aggiunto che occorre "che le donne siano più presenti, meglio organizzate e più attive per influenzare le politiche nazionali, regionali e internazionali, per promuovere lo sviluppo, l'uguaglianza e i diritti delle donne africane."

All'ordine del giorno, le ideologie e pratiche dei movimenti femministi africani, gli attacchi della mondializzazione, dei militarismi e dei fondamentalismi all'autonomia e ai diritti delle donne e le prospettive offerte dal Forum Sociale come tribuna e partner delle lotte del mondo intero.

E' stata rilevata la debole rappresentanza delle ONG femminili del Sud nei forum internazionali e nell'ambito delle istanze riconosciute all'interno del sistema Nazioni Unite. Ciò significa anche un deficit di comunicazione importante e per questo è stato un bene che tutti gli interventi del forum siano stati tradotti anche in bamanan , permettendo così alle donne contadine presenti di seguire il dibattito. L'assemblea ha raccomandato anche alle donne di non restare chiuse nelle istanze dedicate, appunto, alle sole donne, ma di uscire e confondersi nel movimento generale, superando una mancanza di sicurezza che impedisce loro di percepirsi come rappresentanti a pieno titolo delle comunità. I temi centrali sono stati i principi del femminismo, l'equità dei generi e la libertà di scelta. A partire da questi punti, alla fine della giornata si sono delineate alcune piste operative. Come l'ha felicemente riassunto una delle partecipanti : « è ora che le donne smettano di apparire per essere ». Bisogna anche che finiscano le dispute, le gelosie, i litigi tra le donne che rappresentano i vari gruppi e che piuttosto di occupino di riportare e difendere al meglio la voce delle sorelle che le hanno delegate. Occorrerà anche sostenere i progetti che appoggiano le associazioni delle donne rurali e analfabete."

 

Quindi un bilancio ampiamente positivo, che conferma la precisione e la pertinenza delle posizioni che ORISS ha via via assunto, negli ultimi anni, rispetto ai grandi temi come pace e guerra, cooperazione, culture.

Tra l'altro, è apparsa evidente, a partire da uno dei campi specifici in cui ORISS lavora, l'opportunità di sviluppare e rendere disponibile la griglia teorica che i migliori approcci etnopsichiatrici stanno costruendo. Si tratta infatti di un paradigma, una visione del mondo, un'antropologia compatibili con le molteplici qualità di un mondo che da universo sta divenendo pluriverso e che sta quindi generando le teorie e le pratiche che gli sono necessarie.

Un'opportunità da cogliere e sostenere, prima che altri uni-versi e mono-teismi si installino per dominare, ripetendo così la storia degli imperi che conosciamo fin troppo bene.

 

Bandiagara, 27.01.06 Piero Coppo

 
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