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Indice numero 25

Editoriale

A parte la sezione Lavori in corso, nella quale sono presentate le attività di ORISS nel 2005 e una breve cronaca della partecipazione dell’Associazione al Social Forum di Bamako, questo numero e interamente dedicato all’”uomo nuovo”. Non pero all’uomo nuovo delle utopie e prospettive religiose, umanistiche e rivoluzionarie mai arrivate a compimento; ma all’uomo nuovo che risulta, in una parte del mondo (anche se non rinchiusa in confini geografici) dal progressivo inverarsi dell’”utopia capitale”, cioè di quelle dinamiche economiche, materiali, sociali e culturali che, nel realizzarsi e giungere, queste si, al loro compimento, concorrono a costruire degli umani a loro affini, congeniali, omologati. Pur riguardando ancora una minoranza, si tratta pero di una modalità di esserci nel mondo che, poiché ha luogo nei centri di potere, si propone all’umanità intera come modello vincente: inducendo ovunque lo stesso divenire, la stessa mutazione antropologica.

Del tema si sono gia occupati in molti e amplissima e la bibliografia in merito. A noi però la questione interessa in modo e per ragioni particolari, e da una angolatura particolare.

Intanto, pur tenendo conto dei processi e dei passaggi che rendono fittizia ogni esemplificazione per estremi, questa riflessione ci serve per capire se possiamo in questo campo, e come, distinguere un prima e un dopo, un qui e un altrove.

Esiste ancora, anche se non sappiamo per quanto, l’esperienza dello spaesamento tra luoghi, tempi e dimensioni; e questa esperienza ci interessa e ci coinvolge. L’accesso alle condizioni materiali e immateriali che caratterizzano ciò che alcuni chiamano l’alta modernità e altri il dominio reale del capitalismo spettacolare integrato (o, viceversa, l’uscita da questi ambienti) comporta infatti una miriade di micro- e macro-eventi da governare: attaccamenti, trasformazioni, conquiste, perdite che si condensano nelle esperienze e nelle storie dei singoli che da altrove giungono qui o che da qui si muovono per sperimentare l’altrove. A volte si tratta di veri e propri traumi in cui e in gioco la vita stessa, altre volte di navigazioni più o meno cieche, prive di punti di repere e di indicazioni, di cui sarebbe invece utilissimo disporre.

Molto si parla, e si e parlato, di società narcisistiche, desacralizzate, monodimensionali, dove la figura e la parola del padre e obsoleta, dominate dal consumo, dalla passività, dalla solitudine. In psicologia e psicopatologia, sono state addirittura identificate le inedite figure della sofferenza che si genererebbero da questi modi di esserci (o di non esserci) nel mondo. Gli psicoterapeuti più sensibili e attenti interrogano le strategie che hanno ereditato per tradizione: si tratta ancora di lavorare per la visione del mondo che identificava la salute umana con la realizzazione dell’individuo maturo, autonomo, libero da condizionamenti e legami? O, nelle condizioni del presente, la strategia terapeutica dovrebbe tener conto anche di altri ideali di salute e guarigione e poterli proporre, in una sorta di bilanciamento degli effetti negativi di un modello che si e spinto troppo oltre, fragilizzando anziché rafforzando, impedendo invece che liberando? Si tratta di insistere per questa via, o non piuttosto lavorare per un rallentamento del tempo, per il rinforzo dei legami scelti perché significativi, per realizzare un altro tipo antropologico, quello di un umano costituito consapevolmente dalle proprie relazioni, dalle connessioni stabili con il proprio ambiente, materiale e immateriale, dal quale in realtà dipende? Ma, in questo caso, come procedere senza perdere il conquistato, senza tornare indietro?

In secondo luogo, indagando ciò che stiamo diventando, noi e i nostri figli, abbiamo l’ occasione di riflettere su quali siano le eccedenze che ci spingono a lavorare per qualcosa d’altro, e sul percorso che ci ha portati fin qui. In fondo, per ciò che riguarda l’Italia, la mutazione antropologica che ci interessa e iniziata nel secondo dopoguerra ed è in corso. Possiamo però davvero identificare e situare nel tempo una simile cesura nel processo continuo di adattamento e aggiornamento, caratteristica del divenire di ogni gruppo umano? Certo, negli ultimi sessanta anni, l’urbanizzazione, la trasformazione dei modi di produzione, la diffusione di nuovi strumenti e di una inedita ricchezza hanno avuto un grande peso nell’accelerazione del processo. Ma non meno importanti sono stati movimenti sociali e culturali. In particolare, l’imponente spallata critica e antiautoritaria degli anni ‘60 e ‘70, se non e giunta a realizzare il progetto di cui alcune sue componenti erano portatrici, ha pero finito per convogliare, obbligata dalla sconfitta subita, nella riforma dell’esistente (non nella sua rivoluzione!) le immense energie che aveva mobilitato. In che misura e come queste hanno concorso all’ aggiornamento degli usi e costumi indispensabile per l’avvento del nuovo mondo, questo, e degli uomini nuovi chiamati ad abitarlo e alimentarlo?

Riflettere su questa storia da questa prospettiva potrebbe contribuire ad aiutarci a trovare una via di uscita dallo stallo attuale, dove versare proficuamente, intanto, le eccedenze che ci impediscono di restare soddisfatti dalla “sopravvivenza aumentata” aderendo ai modelli dominanti. Perché poi, in definitiva, la questione centrale è e resta questa: quale prospettiva possiamo adottare, quale via dobbiamo imboccare che ci porti fuori dalla passività, dal rotolare in un esistente di cui non vorremmo essere, per la nostra parte, motori? In altri campi, altri stanno lavorando, e sono gia avanti in questa direzione. Le proposte di nuove forme di vita sociale, di nuovi modi di produrre (cibo, energia, abitazioni, cultura), di nuovi modi di curare e generare salute, di nuovi equilibri tra umani e i loro ambienti configurano gia un grande laboratorio, che rende disponibile per l’oggi e il domani dei saper-fare nuovi e aggiornati, gia utili oggi, e che lo saranno ancor più nel caso, non da escludere, di crisi, collasso o bancarotta dell’ esistente.

Queste riflessioni ci interessano particolarmente perché hanno a che fare con i temi di cui ci occupiamo, all’incrocio tra approcci diversi (antropologia, sociologia, psicologia, eccetera), tra mondi diversi (società “tradizionali” e dell’ “alta modernità”). Hanno anche a che fare con i transiti, le trasformazioni, i passaggi in cui siamo tutti, nel precipitare dei cambiamenti, impegnati e di cui siamo tutti, chi più o chi meno, responsabili.

I testi proposti nella sezione Temi e S/Fogli affrontano la questione da prospettive e con competenze diverse, a volte pienamente convergenti, a volte meno. Vorremmo che fossero da stimolo a un approfondimento comune e allargato: la rivista sarà ben lieta di pubblicare, nel prossimo numero, eventuali contributi o commenti che dovessero pervenire alla redazione.

Temi

Bruno Latour, Fatture/fratture: dalla nozione di rete a quella di attaccamento
Mario Pezzella, L'"uomo nuovo" e la societa dello spettacolo
Patrizia Mainardi, Nel respiro del tempo
Antonio Tricomi, In America, in Occidente
S. Paravagna, S. Castagno, S. Consigliere, P: Mainardi, Eterno presente
Ubaldo Fadini, Tecnica e ibridazione
Enrico Livraghi, Uomo nuovo
Marco Lenzi, Céline oltre Céline? La «natura» dell'uomo e it potere

Lavori in corso

Attività svolte nel 2005
Piero Coppo, ORISS al Social Forum di Bamako

S/Fogli

Margherita Ganeri, Cartomanti per quale necessita?
Mauro Gallevi, Kamikaze

 

 
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